Dopo che nel processo di Locri contro Marjan Jamali si è tenuta, lo scorso 24 febbraio, un’udienza importante e decisiva che ha distrutto del tutto i piedi d’argilla che reggevano un già vacillante e raffazzonato iter inquisitorio, apprendiamo oggi di una inspiegabile, reiterata ed assurda decisione di negazione della revoca delle misure domiciliari.
Una donna in fuga da un doppio regime di violenza e sopraffazione, quello degli ayatollah e quello familiare, deve pertanto subire l’onta, da un anno e quattro mesi (ben 480 giorni!), degli arresti e delle misure cautelari, per lungo tempo in carcere e poi ai domiciliari, che le impediscono di vivere liberamente insieme al suo piccolo figlio.
Quanto avvenuto in udienza con due testimonianze fondamentali, genuine e del tutto concordanti, di una coppia che ha condiviso con Marjan i 28 giorni precedenti alla traversata e poi tutto il viaggio e la fase dello sbarco, con minuzia di particolari ha minato in profondità e destabilizzato l’impianto accusatorio.
Dal racconto dei due testi è emerso che Marjan, fin dal suo arrivo in Turchia e poi durante tutto il viaggio, mai e poi mai ha assunto alcun comportamento che potesse far presupporre un suo eventuale ruolo di scafista: lei è stata soltanto una delle tante persone che ha affrontato, con determinazione e tanta paura, i tanti rischi derivanti dal viaggio in mare verso la salvezza.
Anzi, come altri, ha provato a ribellarsi al trattamento privilegiato nella distribuzione di cibo ed acqua riservato ad altri passeggeri, solo perché connazionali di coloro che conducevano il viaggio.
In merito alle molestie sessuali subite da Marjan, la testimone donna ha dichiarato di averlo appreso dalla stessa ragazza, che glielo aveva confidato subito. Il secondo testimone ha poi dichiarato di aver sentito persino le urla di Marjan che diceva: “non mi toccare, allontanati”.
Entrambi hanno pure riportato, in ugual modo, la confidenza ricevuta da altri passeggeri che avevano appreso della volontà dei molestatori di vendicarsi verso Marjan non appena sbarcati a terra.
A smentire quanto riferito in precedenti deposizioni del personale inquirente coinvolto nella fase di raccolta delle SIT (Sommarie Informazioni Testimoniali), che sosteneva di aver acquisito elementi dai soggetti “più collaborativi”, i due testi ascoltati in udienza hanno dichiarato che, non appena appresa la notizia dell’arresto di Marjan, poche ore dopo lo sbarco, insieme ad altri passeggeri dell’imbarcazione si erano recati nell’ufficio dove erano già stati identificati per avere notizie e chiedere il motivo dell’arresto.
Non solo non sono stati ascoltati ma sono stati invitati a non interessarsi della vicenda. Evidentemente, i due non sono stati sufficientemente collaborativi con l’azione degli addetti di quell’ufficio. Un ufficio il cui obiettivo appare, sempre di più, non tanto quello dell’accertamento della verità dei fatti quanto piuttosto l’individuazione, pure affrettata e superficiale, di qualcuno a cui poter addossare il reato di scafista.
Del tutto in ossequio al diktat di una politica governativa che blinda le frontiere e criminalizza la libertà di movimento, finendo per produrre stragi come quella di Cutro, di cui ricorre in questi giorni il secondo anniversario, e persino per silenziare deliberatamente altre stragi come quella di Sant’Eufemia di Lamezia nell’aprile 2024 e quella di Roccella Ionica del 17 giugno dello stesso anno.
La mancata revoca degli arresti domiciliari, dopo un’udienza in cui sono emersi elementi incontestabili e del tutto convergenti con le diverse dichiarazioni rilasciate da una donna ed una madre ormai in evidente stato di prostrazione, per via dell’enorme carico di ingiustizia che da quattrocentottanta giorni sta subendo, mina del tutto la credibilità dello stato di diritto che tanti giudici, proprio in questi giorni, a parole dicono di voler difendere. Confidiamo di non dover prendere atto del fatto che stia per affermarsi una giustizia a più velocità, con processi inquisitori sulla stregua di quelli tristemente visti in epoche nere della nostra nazione.