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Porto di Gioia Tauro: un patto con la rete Haftar in Libia per lo scambio petrolio – armi sui droni sequestrati

Sviluppi nell'indagine che portò al sequestro di 6 container contenenti droni da guerra. Ci sarebbe patto per scambio armi - petrolio

di Sebastiano Plutino
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È il giugno del 2024: un blitz della Guardia di finanza di Reggio Calabria, in collaborazione con l’Ufficio delle dogane, porta al sequestro nel porto di Gioia Tauro di un carico di componenti per l’assemblaggio di droni a uso bellico. I finanzieri trovano sei container provenienti dalla Cina e diretti in Libia, tentativi di farli passare come materiale per pale eoliche. Si tratta dei droni Fl-1, giganti dell’aria con 20 metri di apertura alare e un’autonomia di volo di oltre 30 ore.

Oggi, da un’inchiesta di The Sentry, il gruppo investigativo indipendente fondato da George Clooney e John Prendergast, presa visione dall’ANSA, emerge che quei droni erano parte di un accordo «armi in cambio di petrolio» libico, una transazione che «non avrebbe potuto avere luogo senza l’approvazione della famiglia Haftar, in particolare di Saddam Haftar», uno dei figli.

Ma la «mente» della trattativa, prosegue l’inchiesta, è un uomo non con una pistola d’oro ma «un orologio in diamanti da mezzo milione di euro» che gestisce «tutti i traffici della dinastia Haftar», e che va «sanzionato dall’Onu»: si tratta di Ahmed Gadalla, che l’inchiesta bolla come «cleptocrate».

«Sotto la protezione della famiglia Haftar, Gadalla ha esteso in modo aggressivo la propria influenza in settori sia legittimi che illeciti, con apparente scarso rispetto per le leggi nazionali o internazionali. Eppure continua a godere di accesso alle giurisdizioni europee e nordamericane, grazie alla tacita approvazione di quei governi», si legge nel rapporto, secondo il quale «qualsiasi affare con aziende straniere nell’est libico» passa per lui.

La «macchina da soldi» dell’est libico è stata poi l’architrave del «meccanismo finanziario che ha sostenuto una parte significativa dell’offensiva fallita del 2019-2020 del feldmaresciallo Khalifa Haftar su Tripoli». Prima dell’assalto, «Gadalla ha utilizzato una serie di società con sede negli Emirati Arabi per ottenere prestiti per 300 milioni di dollari dalla Arab Bank for Foreign Investment and Trade con sede ad Abu Dhabi, garantiti dalla Libyan Foreign Bank». Questi fondi «sono stati convogliati dalle società di Gadalla a sostegno dello sforzo bellico, probabilmente includendo pagamenti al Gruppo Wagner russo».

Dopo il fallimento dell’offensiva di Haftar, «i prestiti sono rimasti in gran parte insoluti, lasciando che fosse il popolo libico a sopportarne l’onere finanziario, mentre Gadalla non ha dovuto rendere conto di nulla».

Secondo The Sentry, «gli attori internazionali, in particolare quelli che sostengono un’autorità civile più responsabile in Libia, dovrebbero cercare di concentrare i propri sforzi sulle attività di figure di secondo piano come Gadalla», perché il suo caso dimostra che nella Libia post-Gheddafi «alcuni elementi prosperano a spese della popolazione libica quando si combinano la timidezza diplomatica, la protezione armata e, soprattutto, la debolezza istituzionale».

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