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Processo “Epicentro”: la Corte d’Appello di Reggio conferma le condanne

Confermate le condanne per gli 11 imputati al maxi Processo. Adesso manca solo il via libera definitivo della Cassazione

di Sebastiano Plutino
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Adesso manca solo il via libera definitivo della Corte di Cassazione per chiudere il filone del processo “Epicentro”, celebrato con il rito ordinario.

A anni di distanza dalle inchieste che avevano messo a nudo gli equilibri criminali del capoluogo, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha ribadito la solidità dell’accusa costruita dalla Direzione Distrettuale Antimafia guidata dal procuratore Giuseppe Borrelli.

Secondo la Dda, nel maxi processo era emersa l’esistenza di una rete di legami, intese e interessi condivisi tra alcune delle cosche più potenti della città.Con la sentenza emessa oggi, mercoledì 10 giugno, dalla II sezione penale della Corte d’Appello – collegio composto da Elisabetta Palumbo, Simone de Roxas e Francesca Familiari – sono state confermate le pene stabilite dal Tribunale in primo grado nel settembre 2024.Il verdetto d’appello rafforza la tesi della Procura antimafia: a Reggio operava un sistema criminale in grado di superare vecchie rivalità storiche per puntare a obiettivi comuni, in particolare nel comparto delle estorsioni e del dominio economico sul territorio.

Il quadro delle pene resta quindi identico a quello definito nel settembre 2024. Confermate le condanne a 14 anni per Domenico Bruno, 15 anni per Salvatore Laganà, 12 anni per Francesco Minniti, 19 anni per Salvatore Giuseppe Molinetti, 14 anni per Alfonso Molinetti, 30 anni per Giovanni Domenico Rugolino – già gravato da altre condanne in continuazione –, 2 anni per Giuseppe Condello, 3 anni e 6 mesi per Alessio D’Agostino, 3 anni per Roberto Smeriglio e 2 anni per Alessio Smeriglio, beneficiario della sospensione condizionale.Unica assoluzione, già stabilita in primo grado, quella di Francesco Vazzana per il reato di estorsione, nonostante il ricorso della Procura.

Difeso dagli avvocati Francesco Calabrese e Antonio Managò, l’imputato aveva visto cadere l’accusa nel primo giudizio con la formula “perché il fatto non sussiste”.“Epicentro” è uno dei procedimenti antimafia più rilevanti degli ultimi anni a Reggio. Il processo è nato dall’unificazione, voluta dalla Dda, di tre inchieste distinte – “Malefix”, “Nuovo Corso” e “Metameria” – che avevano permesso agli investigatori di studiare da angolazioni diverse la trasformazione degli assetti mafiosi cittadini.Secondo l’impostazione accusatoria, le tre indagini descrivevano un unico scenario criminale in cui le principali cosche reggine, pur mantenendo aree di influenza separate, agivano in un’ottica di sostanziale convergenza di interessi.“Malefix” aveva puntato i riflettori sulle nuove leve della cosca di Archi e sul controllo della ‘ndrina di Gallico. Gli investigatori avevano documentato violenze, danneggiamenti, vendette, intimidazioni e richieste di denaro che, per la Procura, rientravano nella strategia di rafforzamento del potere mafioso sul territorio.“Nuovo Corso” aveva invece portato alla luce un complesso sistema di taglieggiamenti ai danni di commercianti, imprenditori e operatori economici del centro, inclusa l’area di corso Garibaldi.

Per l’accusa il racket era uno degli strumenti principali con cui le cosche gestivano il controllo del territorio e condizionavano l’economia locale.“Metameria” aveva infine analizzato l’operatività delle organizzazioni criminali nella zona sud della città, tra Pellaro e Bocale, mettendo in evidenza il ritorno in scena della cosca Barreca. Per gli inquirenti era il segnale che gruppi storici della ‘ndrangheta reggina avevano recuperato capacità d’azione.Dalle migliaia di pagine del fascicolo emerse la definizione data dai pm Walter Ignazitto e Stefano Musolino nel processo abbreviato: una “’ndrangheta destefanocentrica”. Ovvero un modello investigativo che poneva la cosca De Stefano al centro dell’equilibrio criminale cittadino.Per la Dda, infatti, la ‘ndrina di Archi rappresentava la realtà mafiosa più forte e autorevole dell’area, con un ruolo di guida e mediazione tra le diverse articolazioni della criminalità reggina.Un punto chiave dell’inchiesta era la trasformazione dei rapporti tra le cosche.

Per la Procura, le storiche contrapposizioni che avevano segnato la storia della ‘ndrangheta cittadina sarebbero state progressivamente sostituite da una logica di intesa e coordinamento. Nelle memorie processuali i magistrati parlarono di una “sinergia definitiva e unitaria” tra i clan, nata al di là delle divisioni del passato.L’accusa sostenne che gli imputati avessero alimentato un sistema criminale capace di condizionare in profondità il tessuto economico e sociale della città attraverso minacce, estorsioni e un diffuso controllo del territorio.Le conclusioni di “Epicentro” si collegano al percorso aperto anni prima dal processo “Meta”, nato dalle indagini coordinate dall’allora procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo dopo l’arresto del boss Pasquale Condello nel 2008.

Per gli inquirenti, proprio “Meta” aveva evidenziato per la prima volta i segnali di una ricomposizione degli equilibri mafiosi in città e di una crescente capacità delle cosche di agire in modo coordinato.Una lettura già confermata in parte dal filone con rito abbreviato: nel luglio 2025 la Corte di Cassazione aveva reso definitive molte condanne dell’inchiesta, respingendo gran parte dei ricorsi e consolidando una fetta consistente dell’impianto accusatorio della Dda reggina.

Con la pronuncia di oggi della Corte d’Appello, “Epicentro” aggiunge quindi un altro tassello alla ricostruzione giudiziaria degli assetti della ‘ndrangheta reggina, avallando nel merito la lettura della Procura antimafia già accolta dal Tribunale di Reggio Calabria in primo grado.

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