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“Non si trattò di legittima difesa, perchè scelse di affrontare i ladri”: depositate le motivazioni della sentenza di condanna per l’omicidio del macellaio reggino

Francesco Putortì che il 27 maggio 2024, accortosì della presenza dei ladri, colpì più volte all'addome la vittima con un coltello

di Sebastiano Plutino
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Non si è trattato di un gesto imposto dalla necessità di difendersi o dall’urgenza di salvaguardare la propria incolumità, ma dell’esito di una scelta deliberata di prendere un’arma e andare incontro agli intrusi.

È quanto emerge dalle motivazioni della sentenza di primo grado depositate il 29 settembre 2026 dalla Corte d’Assise di Reggio Calabria, presieduta da Silvia Capone, con i giudici a latere Marco Cerfeda e Andrea Iacovelli, che hanno illustrato il quadro probatorio e giuridico alla base della condanna a 15 anni e 6 mesi di reclusione inflitta a Francesco Putortì, imputato per l’omicidio di Alfio Stancapiano e per il tentato omicidio di Giovanni Bruno.

I fatti risalgono al 27 maggio 2024, quando Stancapiano e Bruno entrarono nell’abitazione di Putortì introducendosi da una finestra laterale, mentre due complici rimanevano fuori a fare da palo. L’imputato, rientrato nell’immobile dopo aver aperto il portone d’ingresso che era regolarmente chiuso a doppia mandata, si accorse immediatamente della presenza di estranei al piano superiore, notando il riverbero della luce sui quadri appesi lungo la rampa di scale.In quel momento, anziché contattare le Forze dell’Ordine o alzare la voce per indurre i malviventi alla fuga, opzioni che avrebbe potuto adottare senza esporsi ad alcun pericolo, Putortì preferì dirigersi in cucina, prendere un coltello e salire le scale per fronteggiare gli intrusi.

L’aggressione si consumò mentre i due stavano tentando di allontanarsi: l’imputato colpì più volte Stancapiano all’addome e Bruno alla schiena. Per Stancapiano le ferite furono fatali: decesso per shock emorragico dovuto al taglio dell’aorta addominale.

Bruno, invece, riportò lesioni toraciche e polmonari vicine alla colonna vertebrale e si salvò solo grazie a un tempestivo intervento chirurgico.Nelle motivazioni, il collegio ha escluso la configurabilità della legittima difesa, dell’eccesso colposo di legittima difesa e della legittima difesa putativa.

Secondo i giudici, difettavano infatti i requisiti imprescindibili dell’attualità del pericolo, della necessità di difendersi e della costrizione a reagire.Putortì, del resto, era perfettamente a conoscenza del fatto che in casa non ci fosse alcun familiare: sapeva che la moglie si trovava dal dentista, che il figlio era a scuola, che l’automobile non era parcheggiata davanti all’abitazione e che la porta d’ingresso era chiusa a doppia mandata. Cadendo quindi il presupposto dell’erronea convinzione di dover proteggere sé stesso o i propri cari da una minaccia imminente, l’azione posta in essere non è stata valutata come una reazione obbligata a un’aggressione in corso, ma come un’iniziativa offensiva volontaria contro persone in fuga.

Sul piano sanzionatorio, la Corte d’Assise ha concesso a Putortì l’attenuante della provocazione, ravvisata nello stato d’ira conseguente alla violazione di domicilio e al tentativo di furto. Negate invece le attenuanti generiche. A incidere negativamente sono stati la mancanza di qualsiasi ravvedimento critico, gli atteggiamenti processuali ambigui e fuorvianti tenuti durante il giudizio e la condotta successiva ai fatti: l’imputato non aveva detto ai Carabinieri di aver usato un coltello e aveva provveduto a lavare l’arma insanguinata.La pena complessiva di 15 anni e 6 mesi, determinata partendo dal minimo previsto per l’omicidio, ridotta di un terzo per il riconoscimento della provocazione e aumentata di un anno e sei mesi per il tentato omicidio in continuazione, comprende le pene accessorie, la misura di sicurezza della libertà vigilata al termine dell’espiazione, il risarcimento del danno e il versamento di una provvisionale a favore di Giovanni Bruno e dei familiari di Alfio Stancapiano.

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