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“Balenando in Burrasca Festival”: successo a Pellaro per lo spettacolo “Ulisse on the road”

Lo spettacolo, con drammaturgia di Katia Colica, ha proposto un'Odissea che mette al centro la responsabilità individuale

di Sebastiano Plutino
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Andato in scena a Reggio Calabria nell’ambito del festival Balenando in Burrasca, Ulisse on the Road, produzione Officine Arti Jonike con drammaturgia di Katia Colica e regia di Maria Milasi, propone una rilettura dell’Odissea che mette al centro la responsabilità individuale, il conflitto tra verità e giustificazione e le conseguenze delle azioni compiute. Ulisse, perdendo la dimensione dell’eroe omerico, viene presentato come un uomo chiamato a rispondere delle proprie scelte. La struttura dello spettacolo assume così la forma di un processo nel quale il racconto del passato diventa materia di confronto e giudizio.

La drammaturgia di Katia Colica è coraggiosa e interviene in modo deciso sul testo mitologico senza limitarsi a trasferirlo in un contesto contemporaneo. L’operazione riguarda soprattutto il punto di vista da cui vengono osservati i personaggi. Le vicende dell’eroe sono sottoposte a un esame che mette in discussione le motivazioni delle sue decisioni, il modo in cui ha esercitato il proprio potere e le giustificazioni attraverso cui ha costruito la propria immagine. Il riferimento all’epica omerica diventa ,quindi, uno strumento per interrogare questioni attuali: la responsabilità delle proprie azioni, la tendenza a costruire versioni favorevoli dei fatti e la difficoltà di riconoscere il danno arrecato agli altri.

Il processo a Ulisse costituisce il nucleo dell’impianto drammaturgico. Dal banco degli imputati, il protagonista tenta di difendere le proprie scelte e di ricondurre gli eventi a una narrazione che ne attenui le responsabilità. La parola assume una funzione centrale: non serve soltanto a ricostruire i fatti, ma diventa uno strumento attraverso cui il personaggio cerca di orientare il giudizio su di sé. La sua difesa rivela così il meccanismo con cui il racconto personale può trasformarsi in un sistema di alibi, nel quale le ragioni dell’individuo finiscono per prevalere sulle conseguenze delle sue azioni.

Americo Melchionda affronta il ruolo di Ulisse in maniera magistrale, con picchi di notevole intensità, lavorando sulla contraddizione tra il controllo che il personaggio esercita sul proprio discorso e le fragilità che emergono nel corso del confronto. La sua interpretazione restituisce un uomo che cerca di mantenere il dominio sulla situazione attraverso la parola, ma che è costretto progressivamente a misurarsi con le obiezioni e con le verità che gli vengono opposte. Il personaggio conserva la capacità di argomentare e difendersi, ma perde gradualmente la possibilità di stabilire da solo il significato della propria storia. È proprio in questa distanza tra l’immagine che vuole offrire di sé e le responsabilità che gli vengono contestate che si sviluppa il conflitto più significativo dello spettacolo.

Penelope, interpretata da Kristina Mravcova, assume un ruolo importante nell’equilibrio della rappresentazione. La sua posizione supera quella tradizionalmente assegnatale nell’immaginario epico, legata soprattutto all’attesa del marito e alla fedeltà coniugale. Qui è una donna che prende parola, valuta gli eventi e rivendica il diritto di esprimere un giudizio autonomo. La presenza scenica modifica la prospettiva da cui viene osservata la vicenda: il ritorno di Ulisse non è più il solo evento attorno al quale organizzare il racconto, perché acquistano rilievo anche l’esperienza di chi è rimasto a Itaca e il prezzo pagato durante l’assenza dell’eroe.

L’interpretazione di Mravcova conferisce a Penelope autorevolezza e determinazione. Il personaggio non si limita a contestare il comportamento del marito, ma mette in discussione il privilegio di cui l’eroe ha goduto nella costruzione della propria memoria. Se Ulisse ha potuto raccontare il viaggio dal punto di vista di chi lo ha compiuto, Penelope introduce quello di chi ne ha subito le conseguenze. Il confronto tra i due apre una riflessione sulla distribuzione della parola e del potere all’interno della tradizione epica: chi agisce occupa il centro della storia, mentre chi attende rischia di essere relegato a una funzione secondaria. La drammaturgia restituisce a Penelope la possibilità di contestare questa gerarchia.

Francesco Spinelli nei panni di Poseidone attraverso una cifra ironica e sarcastica. La divinità osserva il comportamento degli uomini senza concedere particolare credito alle loro pretese di grandezza. Il suo intervento introduce una distanza critica rispetto alle vicende e alle argomentazioni dei personaggi, evidenziandone le contraddizioni. L’ironia contribuisce a ridimensionare la rappresentazione tradizionale dell’eroismo e mette in discussione anche l’autorità degli dèi, che non vengono trattati esclusivamente come figure superiori, ma partecipano al sistema di conflitti e giudizi che attraversa la scena.

Maria Milasi, oltre a firmare la regia dello spettacolo e l’invenzione di particolari movimenti scenici legati a strumenti non convenzionali, interpreta Circe. Il suo personaggio si distingue per una presenza inquieta, collocata tra seduzione, alterazione e consapevolezza. La sua funzione non si esaurisce nel richiamo alla maga dell’Odissea: Circe interviene come una figura che impedisce la rimozione degli eventi e costringe gli altri personaggi a confrontarsi con ciò che preferirebbero non riconoscere. La sua caratterizzazione richiama quella di una forza giudicante (che ricorda in alcuni momenti la giustizia primordiale delle Erinni) capace di portare in superficie contraddizioni e verità taciute. Il confine tra lucidità e follia rimane instabile, ma proprio questa ambiguità rende il personaggio funzionale alla struttura del processo, nel quale le certezze dei protagonisti vengono continuamente messe alla prova.

La doppia presenza di Milasi, come interprete e regista, acquista particolare interesse in una messinscena costruita attorno al confronto tra punti di vista differenti. La regia si inserisce in una drammaturgia che privilegia il conflitto verbale e la ridefinizione dei ruoli rispetto alla ricostruzione spettacolare dell’epica. Al centro non ci sono le imprese del viaggio, ma le relazioni tra i personaggi e le versioni dei fatti che ciascuno sostiene. Questa scelta permette di spostare l’attenzione dall’avventura alla responsabilità, mantenendo il riferimento al mito senza dipendere dalla sua rappresentazione celebrativa.

Un elemento rilevante della scrittura riguarda il ruolo assegnato alle figure femminili. Penelope e Circe, pur caratterizzate in modo diverso, sottraggono Ulisse alla possibilità di controllare interamente il racconto. La prima porta in scena il punto di vista di chi ha vissuto le conseguenze della sua assenza; la seconda interviene sul piano della coscienza e della memoria, rendendo più difficile eludere ciò che è stato compiuto. Entrambe contribuiscono a modificare la prospettiva tradizionale dell’Odissea, nella quale le azioni dell’eroe costituiscono il principale criterio di organizzazione della vicenda.

La drammaturgia di Colica evidenzia così la distanza tra il diritto di raccontare la propria storia e la pretesa di stabilirne unilateralmente il significato mentre le interpretazioni di Melchionda, Mravcova, Spinelli e Milasi concorrono a definire un sistema di relazioni nel quale ciascun personaggio svolge una funzione precisa: Ulisse si difende, Penelope contesta la sua versione, Poseidone ne mette in evidenza le contraddizioni attraverso il sarcasmo, mentre Circe richiama ciò che rischia di essere rimosso. Il confronto tra queste presenze sostiene la struttura dello spettacolo e permette di sviluppare i temi della colpa, della memoria e della responsabilità senza ricorrere a una distinzione netta tra figure positive e negative.

La domanda conclusiva riguarda quindi il rapporto tra responsabilità e narrazione: fino a che punto raccontare diversamente le proprie azioni può modificare il giudizio su ciò che è stato fatto? Lo spettacolo non offre una risposta definitiva, ma individua nel confronto tra le diverse voci la condizione necessaria per affrontare il problema. È in questo passaggio dalla celebrazione dell’eroe all’esame delle sue scelte che il mito conserva la propria attualità e diventa uno strumento per interrogare il presente.

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