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Quante pagine e chiare e pagine scure sono state sfogliate da quel gennaio 1975, quando Francesco De Gregori pubblicò il 33 giri Rimmel, uno dei dischi più belli della musica italiana. Sono le pagine di un mondo profondamente mutato, che non hanno affatto scalfito il solido intreccio tra poesia, musica e consapevolezza del mondo che rende il disco intero un’opera senza tempo, attuale oggi come ieri, una gemma che racchiude l’umanità nei suoi picchi e nelle bassezze, senza sconti, artifici e trucchi.
Eugene Rimmel nel diciannovesimo secolo perfezionò il mascara, di antichissime origini, dando il suo nome ad uno dei cosmetici più usati- ed abusati- al mondo. Il Rimmel è l’espediente che truffa, ma affascina, è il ramoscello di cristallo che Stendhal utilizza nel suo “Dell’Amore”. È l’incanto della seduzione, stimola languori spaesati e a volte persino mortali, è l’inchiostro stesso dell’apostrofo rosa destinato, purtroppo, a scolorire nelle pagine chiare- o scure- che sono i giorni delle nostre vite.
Nel 1974 Francesco De Gregori, un giovane di appena ventitré anni, ha già pubblicato tre dischi, infarciti di testi ermetici e raffinati con citazioni colte e abili spennellate di metafore struggenti e liriche; dischi poco inclini al facile ascolto, destinati ad un pubblico di bocca buona: Alice, la canzone con cui si presenterà all’edizione del 1973 dell’allora molto popolare “Un disco per l’estate”, passerà quasi inosservata (ultima classificata, vinceranno i Camaleonti con Perché ti amo). Alcuni brani sono però destinati ad entrare nel pantheon della musica italiana, come Non c’è niente da capire o La casa di Hilde. Ma i tempi non erano ancora maturi.
Nel 1974, ospite di un varietà televisivo condotto da Cino Tortorella (il mago Zurlì che, guarda caso, usava mascara a profusione), nell’attesa dell’ingresso in scena, nei camerini, il giovane poeta reduce da una storia d’amore turbolenta, scrive i versi di Rimmel, canzone nella quale riassume più donne, più storie, e più sentimenti, anche contrastanti. La gioia, la disillusione, lo smascheramento della seduzione (Il Rimmel), gli assi di un colore solo, il collo di pelliccia mosso dal vento che passa, e infine l’addio Foscoliano, furente amore, grondante dolore, rassegnato, malinconico e foriero di nuove consapevolezze: ora le tue labbra puoi spedirle ad un indirizzo nuovo. La parola fine, mai detta in modo più bello.
De Gregori pesca dall’esperienza personale: i tarocchi (chi mi ha fatto le carte- mi ha chiamato vincente) sono quelli di Enrica Rignon, prima moglie di De André con cui aveva un grande rapporto di stima e di collaborazione; il collo di pelliccia è di Patrizia, soccorsa da un tentativo di furto dello stesso, che sarà la sua ragazza prima di lasciarlo per l’attore Nini Salerno (il barbuto dei Gatti di Vicolo Miracoli). Il Rimmel è, allo stesso tempo, croce e delizia, trucco per celare e rivelare i sentimenti, e abbellimento dell’amore perduto, con tutta la malinconia che ne consegue.
De Gregori, nella musica della canzone, si ispira alla sua stella polare artistica: Bob Dylan. I primi quattro accordi saranno gli stessi di Like a rolling stone del bardo Nobel per la letteratura, con una ritmica diversa, e verranno usati qualche anno dopo da un altro poeta musicale, Robert Smith dei Cure per Boys don’t cry.
Rimmel, Like a rolling stone e Boys don’t cry, sono tre pezzi che saldano le epoche, uniti dagli stessi accordi iniziali.
La seconda traccia del disco è Pezzi di vetro, il racconto in stile ermetico di una gelosia resa elegante e misteriosa dagli splendidi arrangiamenti di Renzo Zenobi – a cui si devono molte delle fortune dell’intero album- emersa da un fatto realmente accaduto a Piazza Navona, mentre l’autore passeggiava in compagnia di una sua fidanzata: un giovane artista di strada si esibiva calpestando dei cocci di bottiglia – a piedi nudi- senza tagliarsi e lei, maliziosa, esclamò “ma quanto è bello”. L’esegesi poi, di fronte ai versi, sparisce, e la canzone può adattarsi a qualsiasi lettura. Chissà perché è un brano amatissimo soprattutto dal genere femminile, che forse afferra l’intuizione profonda e la comprensione delicata del cantautore nei confronti delle donne.
Nel 1974 in Italia ci fu un referendum che segnò una svolta epocale: quello sul divorzio. La società ingessata e di cultura clericale si avviava verso la modernità, favorendo la libertà degli individui. Il promotore e il guru, anche negli anni successivi, di questo elementare diritto civile era stato Marco Pannella, leader del partito radicale. De Gregori- con l’autonomia che ha sempre rivendicato e che sottolinea nel titolo, gli dedica la spassosa canzone Il Signor Hood (a M. con autonomia), nella quale equipara il politico delle lotte pacifiste a Robin Hood. Temi sociali e politica scendono in campo anche nella successiva, una specie di inno rivoltoso, ripreso dagli schieramenti di ogni tipo, chi col pugno sinistro chi con la mano destra alzata: Pablo.
In realtà Pablo è più simile ad un personaggio dei Malavoglia di Verga: è l’operaio che cade dall’impalcatura e muore, l’emigrato che conosce le donne e tradisce la moglie con il quale dividere pane e sigarette. Pablo è un ritratto realista, la canzone critica la struttura stessa di una società fondata sui padroni, e ridà eco ad una speranza di cambiamento (hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo) nella quale s’inseriscono musica e vocalizzi di Lucio Dalla, amico e sodale del Principe – il soprannome di Francesco De Gregori- col quale, tempo dopo, avrebbe realizzato una delle collaborazioni artistiche più importanti della musica italiana (Banana Republic). La canzone sarà l’inno di Lotta Continua, organizzazione politica che l’anno successivo processerà pubblicamente De Gregori in un famoso concerto a Milano, dopo il quale per quattro anni il cantautore, provato e forse anche disgustato dal fanatismo che aveva permeato la dialettica politica, abbandonerà le scene.
Ma gli effetti di quella ottusità filosofica, di quella specie di credo teologico nel quale era convogliata l’idea Marxista si avvertono già dal 1975 nella terrificante e stupida contestazione alla tenerissima Buonanotte Fiorellino, una dolcissima ballata le cui note e parte delle parole sono prese di peso – dichiaratamente- da Winterlude di Bob Dylan. La canzone, attaccata col rancore degli sterili di cuore e degli afflitti dall’umanità, venne duramente criticata da giornali e riviste capitanati dall’astio di Jaime Pintor, intellettuale capace di solide analisi collettive, ma assolutamente incapace di giudicare l’arte. Più che Gozzano, ricorda i baci Perugina, affermò l’erudito giornalista, seguito dalla sferzante rivista Muzak, che la giudicò degna dei romanzetti di Liala. Nulla di tutto ciò: Buonanotte Fiorellino è il racconto dell’amore attraverso immagini inattese e surreali (Gino Castaldo, qualche anno dopo) e trasmette sensazioni benefiche a chiunque, dagli analfabeti ai grandi sapienti, come è la natura stessa del sentimento che indifferentemente colpisce chiunque, dai mendicanti ai Re.
In Le storie di ieri De Gregori rievoca anche le origini del suo nome, dovuto ad uno zio partigiano fucilato dai fascisti; il brano verrà inciso anche da Fabrizio De Andrè la cui voce lo renderà nettamente migliore.
Con Quattro cani il disco compie un giro attorno al mondo degli umani e degli esseri viventi; ma, fuori da ogni metafora azzeccata o meno, De Gregori dichiara “io amo i cani, specialmente i randagi; perché rifiutarsi di credere che io abbia dedicato una canzone a loro? Dall’arpeggio iniziale al contributo di Lucio Dalla nel ritornello, il brano conduce alle notti senza luna rinfrancate da un abbaiare lontano, e illustra quattro diversi modi di stare al mondo: dal cane di guerra al bastardo che conosce la fame, alla cagna che semina i figli del mondo perché è del mondo che sono figli, al quarto che ha un padrone, e non sa dove andare ma comunque ci va. È la sintesi dell’intera umanità, con l’invocazione alla Luna, la magia che dona il canto all’esistenza.
Un amico di De Gregori dai tempi del folk studio inciderà a sua volta una canzone dedicata al cane: Rino Gaetano, che canterà la drammaticamente splendida Escluso il cane.
De Gregori leggeva anche le poesie di Peppino Marotto, ricercatore, poeta e attivista sardo (ucciso misteriosamente nel 2007) che aveva scritto “Sa fisa’ e su dottore ch’est una maestrina, faches tres ripassadas a sos libros d’Omero”. A questi versi s’ispirerà per comporre Piccola mela, canzone degna di Gozzano o Cardarelli, ennesimo canto d’amore del disco.
L’ultimo brano del long playing è Piano Bar, musicalmente preziosa, per anni ritenuta equivocamente dedicata a Venditti, mentre la canzone è in realtà pensata per tutti quelli che amano la musica, anche se suonano in un piano Bar o nella hall di un grand Hotel (la genesi della canzone è proprio questa, De Gregori che ascolta un pianista strimpellare, piuttosto male, in un albergo). Con Piano Bar l’album si chiude, mezz’ora che cattura come un sogno, e condensa sentimenti, riflessioni, commozione e gioia.
Si chiama Arte, senza dubbio.
Arte, arte, arte.
Questo è Rimmel, uno dei dischi più belli della musica italiana.
Playlist di questa puntata:
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- Rimmel – De Gregori ★★★★★
- Like a rolling stone- Bob Dylan ★★★★★
- Boys don’t cry – The Cure ★★★★★
- Pablo – De Gregori ★★★★
- Winterlude – Bob Dylan ★★★★
- Buonanotte fiorellino – De Gregori ★★★★
- Quattro cani – De Gregori ★★★★
- Escluso il cane – Rino Gaetano ★★★★
- Piccola mela – De Gregori ★★★
- Piano Bar – De Gregori ★★★












