Giovedì 23 febbraio 2023 alle ore 17,00 presso la Sala Giuffrè della Biblioteca Pietro de Nava si inaugura un ciclo di incontri sul tema: “l‘Arte italiana tra il XV e il XVI secolo: la civiltà delle botteghe” promosso congiuntamente, con il patrocinio del Comune di Reggio Calabria, dall’Associazione Culturale Anassilaos, dall’ AIParC (Associazione Italiana Parchi Culturali, dalla Biblioteca “Pietro de Nava”. Tema del primo incontro “Perugino <il meglio maestro d’Italia>”(1445-1450-1523) a Cinquecento anni dalla scomparsa dell’artista avvenuta nel febbraio del 1523. Interverranno Irene Calabrò, Assessore Cultura Comune di Reggio Calabria; Irene Tripodi, Presidente Nazionale AIPARC ; Stefano Iorfida, Presidente Associazione Anassilaos; Daniela Neri, Responsabile Biblioteca De Nava. La relazione sarà tenuta da Salvatore Timpano, esperto d’arte e Direttore del Dipartimento Arte e Patrimonio Culturale Materiale ed Immateriale AIPARC. Maestro di Raffaello Sanzio, Piero Vannucci (1445/50-1523), detto il Perugino, nato, formatosi e morto in Umbria, fu tra i maggiori artisti che operarono tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento. Ebbe forse la sfortuna di una vita troppo lunga per la media dell’epoca (settanta anni) e di assistere a quella vera e propria rivoluzione artistica prodotta dai tre grandi del Rinascimento (Leonardo, Raffaello, Michelangelo) per cui la sua arte e le sue indubbie qualità pittoriche, che pure lo avevano portato a lavorare con notevole apprezzamento nei centri artistici più rinomati della Penisola (Firenze e Roma), ad un certo punto apparvero obsolete e superate al punto da costringerlo a ritornare in provincia, nei piccoli centri, dove ancora la sua pittura, poco innovativa e quasi ripetitiva, poteva ancora apprezzata. Era stato debitore di due grandi scuole: quella indiretta di Piero della Francesca, che aveva lasciato un’impronta profonda nell’ambiente umbro- marchigiano, e quella fiorentina del Verrocchio, di cui Perugino fu allievo negli anni 1470-72. La sua opera rappresenta, dunque, un riuscito tentativo di sintesi dei risultati raggiunti dai maestri della prima generazione del Rinascimento. L’’opera del Vannucci, insuperato maestro della pittura ad olio, fu a lungo ammirata per la capacità di fondere i colori e i paesaggi con i teneri sentimenti espressi. Le sue figure sono di norma inquadrate da semplici architetture prospettiche o si stagliano sul tenero paesaggio umbro e ognuna vive un proprio mondo sovrannaturale, come estraniata dalla realtà contingente.
Le sue Madonne sono sempre dolci e angeliche, assorte e contemplative e i loro gesti ed espressioni mostrano una pietà affettuosa e rassegnata. La sua formula compositiva fu molto apprezzata dal pubblico e l’artista organizzò una vera impresa commerciale, coordinando numerosi aiutanti ed allievi mentre i suoi dipinti, ricercatissimi e ben pagati, fecero prosperare le sue
botteghe di Firenze e Perugia. L’epilogo del suo itinerario artistico e spirituale fu comunque segnato da molte amarezze poiché il gusto dei committenti (i Pontefici soprattutto) si volgeva ad altro ed egli ebbe a subire, ancora da vivo, l’onta dei suoi affreschi che venivano cancellati per dare spazio ad opere più moderne. Così avvenne nel 1534 – egli era già morto – allorquando per fare posto al Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina fu abbattuto il suo grande affresco che rappresentava l’Assunta con papa Sisto IV inginocchiato.
Associazione Culturale Anassilaos
La ormai tradizionale “Festa di San Valentino”, festa dell’amore e degli innamorati, sarà celebrata dall’Associazione Culturale Anassilaos con una conversazione della Prof.ssa Francesca Neri, studiosa di Letteratura nonché Responsabile del Centro Anassilaos per gli studi linguistico-letterari, sul tema “L’amore nella poesia italiana” che si terrà martedì 14 febbraio alle ore 17,00 presso lo Spazio Open. La studiosa affronterà il tema dell’amore nelle sue più diverse articolazioni e declinazioni: l’amore di Dio verso le sue creature, l’amore come affetto dei genitori verso i figli e viceversa; l’amore come istinto primordiale che genera vita quale esso appare nei primi quaranta versi (proemio) del De Rerum Natura di Lucrezio nell’ inno a Venere intesa come forza creatrice e generatrice. Eros che scuote l’individuo e tormenta Ibico di Reggio come un vento impetuoso e lo sospinge, ormai vecchio, alle tenzoni amorose mentre Cipride (Afrodite) ogni cosa travolge e come scrive Saffo spinge Elena a lasciare lo sposo che era un re (Menelao) e a fuggire a Troia con l’amante (Paride) dimenticando ogni affetto e la figlia. Questo stesso amore-passione verso la sua donna (Lesbia) consuma la vita di Catullo nei cui versi troviamo tutta la gamma della passione e della gelosia fino al grido tormentoso “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.” (Odio e nello stesso tempo amo. Come possa io fare questo tu forse ti chiedi. Non lo so ma sento che ciò avviene e mi tormento”). Si placa quasi disincantato nella poesia amorosa di Orazio che alla sua Leoconoe rivolge l’invito, celeberrimo, a non darsi pena “Dùm loquimùr, fùgerit ìnvida aètas : càrpe dièm, quàm minimùm crèdula pòstero” (mentre parliamo il tempo sarà trascorso inesorabile; cogli il giorno presente e non fidarti del domani). Se il Cristianesimo “Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d’un velo candidissimo adornò”, è pur vero che l’amore verso la donna, anche ammantato d’omaggio cortigiano verso una creatura angelicata, risorse nella tradizione poetica italiana soprattutto con il Dolce Stil Novo (Guido Guinicelli e Guido Calvalcanti), nelle rime di Dante a Beatrice e in quelle di Petrarca per la sua Laura. Certo la passione si sfibra nell’ omaggio cortese ad una donna ideale e risulta difficile trovare, in versi pur sommi, una figura femminile in carne ed ossa. La realtà del tempo si rifugia nella poesia burlesca di un Cecco Angiolieri con la celebre chiusa del sonetto «S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo» “ S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: e vecchie e laide lasserei altrui.” Il sentimento amoroso diviene sentimentalismo in Torquato Tasso e s’accende ancora, ricco di pathos, nelle rime che un genio come Michelangelo compose per il suo più giovane amico Tommaso de’ Cavalieri “Che cosa è questo, Amore, ch’al core entra per gli occhi, per poco spazio dentro par che cresca?
E s’avvien che trabocchi?” al quale così scriveva nel 1533 “posso prima dimenticare il cibo di che io vivo, che nutrisce solo il corpo infelicemente, che il nome vostro, che nutrisce il corpo e l’anima, riempiendo l’uno e l’altra di tanta dolcezza, che né noia né timor di morte, mentre la memoria mi vi serba, posso sentire”. Con Alfieri e Foscolo torna la poesia amorosa verso una donna in carne ed ossa a mano a mano che ci si è allontanati dal petrarchismo e dal tassismo anche se la voce dei grandi dell’Ottocento, Manzoni e Leopardi, ha poco da dire sul sentimento amoroso. In Manzoni l’amore è coniugale (Renzo e Lucia) oppure è peccato (La monaca di Monza) e in Leopardi è la fantasia di un cuore tormentato.
Il Giorno del Ricordo, istituito con la Legge 30 marzo 2004 n. 92, che si propone di ricordare i massacri delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata, sarà al centro di due incontri promossi dall’Associazione Culturale Anassilaos congiuntamente con la Biblioteca “Pietro De Nava” e lo Spazio Open, patrocinati dal Comune di Reggio Calabria e dalla Società di Studi Fiumani/Archivio Museo Storico di Fiume. Il primo di essi, che si terrà giovedì 9 febbraio alle ore 16,45 presso la Sala Giuffrè della Biblioteca avrà per tema la figura di Angelo Adam, Ebreo, Legionario di Fiume, Antifascista, confinato a Ventotene, recluso a Dachau, vittima delle Foibe che nella sua tragica esistenza e morte sintetizza la tragedia e la complessità della storia. Una vita la sua di privazioni e di lotta, prima come legionario nella Fiume di D’Annunzio, utopica e ideale, poi come antifascista e quindi arrestato, incarcerato e confinato. Deportato a Dachau nel dicembre 1943 riesce a sopravvivere e torna nella sua Fiume alla fine del 1945. La città è però occupata dalle truppe di Tito che lo conoscono come tenace autonomista. Egli prende contatto con i partigiani, con i sindacalisti e con gli antifascisti fiumani ma una notte di dicembre, insieme alla moglie Ernesta Stanich viene arrestato. I loro corpi finiscono probabilmente nelle foibe. Giorni dopo sparirà anche la figlia diciasettenne Zulema rea di aver chiesto alla polizia partigiana dove fossero i suoi genitori. I nazisti lo volevano morto perché ebreo e antifascista, gli jugoslavi perché italiano e autonomista. A parlare di Adam sarà il Dott. Fabio Arichetta, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria nonché Responsabile Centro Studi “Rosario Romeo” per la Storia Moderna e Contemporanea di Anassilaos “Rosario Romeo”. Il giorno dopo venerdì 10 febbraio alle ore 17,00 presso lo Spazio Open l’Associazione ricorderà, sempre con l’intervento di Fabio Arichetta, la figura di Norma Cossetto, la studentessa universitaria istriana assassinata dai partigiani di Tito e gettata con altri italiani in una foiba, nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943, dopo essere stata seviziata e stuprata. Nata il 17 maggio 1920 a Santa Domenica di Visinada, piccolo borgo agricolo dell’entroterra istriano, Norma frequenta nel suo paese la scuola materna e quella elementare, a Gorizia frequenta il liceo classico conseguendo nel 1939 la maturità con ottimi voti.
Alla fine dell’estate si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia, all’Università di Padova, superando brillantemente tutti gli esami. Nel dopoguerra, l’8 maggio 1949, il Rettore dell’Università di Padova, Aldo Ferrabino, su proposta di Concetto Marchesi e del Consiglio della Facoltà di Lettere e Filosofia, le conferisce la laurea ad honorem, specificando che Norma è caduta per la difesa della libertà. Nel 2005 il Presidente Ciampi le conferì la Medaglia d’oro al Merito Civile alla memoria. La conversazione di Arichetta sarà preceduta da un intervento della Dott.ssa Rosella Crinò, Responsabile Centro Studi “Emanuela Loi” sulla condizione femminile di Anassilaos sul tema “La donna e la guerra/Storie di ordinaria violenza”, una riflessione su quanto le donne, fin dalla Guerra di Troia, raccontata da Omero, alle più recenti vicende della guerra in Ucraina, siano oggetto di violenza.
In occasione dei novant’anni dalla posa della prima pietra del Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, l’Associazione Culturale Anassilaos, attraverso il suo Centro Studi per la Cultura dell’Architettura e del Paesaggio, congiuntamente con la Biblioteca Pietro De Nava e con il Patrocinio del Comune di Reggio Calabria e dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Reggio Calabria si propone di ricordare la figura dell’architetto Marcello Piacentini (1881-1960), attraverso la messa a fuoco di uno spaccato dell’Architettura Razionalista Italiana del primo Novecento. L’incontro, sul tema “MARCELLO PIACENTINI. MArRC Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. 1932-2022 Novant’anni dalla posa della prima pietra” si terrà giovedì 19 gennaio alle 17,00 presso la Sala Giuffrè della Biblioteca De Nava. Dopo i saluti introduttivi dell’Assessore alla Cultura del Comune di Reggio Calabria Dott.ssa Irene Calabrò, del Presidente dell’Ordine APPC di Reggio Calabria Arch. Ilario Tassone, e della Responsabile della Biblioteca Dott.ssa Daniela Neri, l’arch. Antonella Postorino, Responsabile del Centro Studi per la Cultura dell’Architettura e del Paesaggio Anassilaos, avvierà una conversazione con il prof. arch. Renato Laganà, già docente dell’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria, studioso della Storia dell’Architettura reggina, che illustrerà documenti inediti sull’architetto Marcello Piacentini. Nel corso dell’incontro verrà proiettato il video del progetto “Tour Virtuale nella Reggio Razionalista” curato dal progettista Claudio Sergi, nell’ambito delle attività del Centro Studi per la Cultura dell’Architettura e del Paesaggio Anassilaos. Marcello Piacentini, oltre ad essere riconosciuto come uno dei massimi esponenti italiani del movimento moderno d’avanguardia razionalista, è stato definito da Bruno Zevi come colui che “Nel 1925 era in grado di far compiere all’architettura italiana una svolta capace di reinnestarla nel circuito europeo. Aveva i giovani dalla sua parte: i vecchi lo adoravano e comunque lo proteggevano…” (B. Z. 1960). Bisogna ricordare che la realizzazione della nuova sede del Museo Nazionale fu per Reggio Calabria un grande evento che mise fine alle polemiche, tra i fautori del Museo Archeologico e i sostenitori del Museo Civico, dando vita a un’opera concepita e progettata in funzione della sua destinazione d’uso, a differenza degli altri musei nazionali spesso ospitati in Palazzi Storici. Il 31 maggio 1932, alla posa della prima pietra dell’edificio, intervennero i Principi di Piemonte Umberto e Maria Josè. Dopo l’avvio dei lavori, completati nel 1941, le successive vicende belliche ne ritardarono l’apertura a causa dei danni subiti dai pesanti raid aerei anglo-americani che devastarono la città di Reggio Calabria nella primavera-estate del 1943. Il Museo venne completato, inaugurato e aperto al pubblico nel 1959. Nel corso degli anni ha subito lievi trasformazioni, fino all’ultimo importante intervento di riprogettazione ultimato nel 2016, che ne ha modificato gli spazi interni e aggiunto volumi in copertura. Palazzo Piacentini rappresenta un momento storico di grande cambiamento socioculturale, oltre che artistico e progettuale, non solo in Italia ma nel mondo. Per Reggio Calabria, la presenta di tale testimonianza architettonica ha una maggiore valenza legata al fatto che, avendo il terremoto del 1908, cancellando gran parte degli edifici storici, gli anni della “Ricostruzione” (1910-1950) restituiscono alla città quella storia dell’architettura che nei centri storici delle altre città è testimoniata dalle persistenze secentesche e settecentesche. Per questo motivo è doveroso riconoscere il senso identitario delle opere architettoniche della prima metà del Novecento, per una città privata della memoria fisica dei suoi luoghi. A questo bisogna aggiungere la valenza innovativa delle prime opere in cemento armato che hanno trovato sulle sponde dello Stretto, i primi cantieri sperimentali grazie ai quali è stato possibile applicare, nel mondo, quelle che oggi vengono considerate le fondamentali pratiche antisismiche. L’occasione del novantesimo anniversario della posa della prima pietra del museo di Reggio Calabria, in concomitanza con il cinquantesimo anniversario dal ritrovamento dei Bronzi di Riace, rappresenta per la Cittadinanza un momento di rigenerazione culturale indispensabile per trasmettere alle nuove generazioni quei valori identitari che purtroppo tendono ad essere dimenticati.
Alla presenza del Sindaco ff Paolo Brunetti, dell’Assessore Rocco Albanese e dei Componenti della Commissione Toponomastica Fabio Arichetta e Gianfranco Cordì si è svolta nei giorni scorsi, nel 25° della scomparsa (16 dicembre 1997), la cerimonia di intitolazione ad Antonino Consolato Caminiti, poeta in lingua e in vernacolo, scrittore e animatore culturale, tra le figure più significative della cultura reggina del secondo dopoguerra, di una via cittadina (già Vico Petrillina). Alla manifestazione hanno preso parte i figli Francesco e Mariangela Caminiti, i nipoti ed un nutrito gruppo di amici ed estimatori. È stato Stefano Iorfida, Presidente dell’Associazione Culturale Anassilaos, che all’illustre concittadino ha dedicato una serie di incontri di approfondimento, a delineare in breve la figura e l’opera di Caminiti mentre il Sindaco si è soffermato sull’importanza, per le nuove generazioni, di conoscere, attraverso la toponomastica, figure significative della storia, dell’arte, della cultura, dell’economia, dello sport che hanno operato in città contribuendo in maniera significativa alla crescita civile della Comunità. Da parte loro i figli Francesco e Mariangela Caminiti, nel ringraziare le Autorità presenti e gli amici ed estimatori, hanno recitato brani poetici tratti dall’opera dello scrittore. Antonino Consolato Caminiti nasce a Reggio Calabria il 21 novembre 1916. Prende parte alla II Guerra Mondiale e negli anni successivi ricopre importanti incarichi nella pubblica amministrazione (è stato tra l’altro Direttore di Divisione presso l’Intendenza di Finanza di Reggio Calabria). Egli è stato soprattutto un intellettuale che ha amato profondamente la propria città. Giornalista, condirettore, poi direttore, della rivista “Italia Intellettuale”, fondata nel 1945; protagonista, insieme ad altri uomini di cultura del tempo, tra i quali Giuseppe Tympani ed Ernesto Puzzanghera, della vita artistica e culturale di Reggio e insieme poeta di valore che predilesse il vernacolo reggino, lingua che costituisce una parte significativa del suo corpus poetico a partire dal poemetto in quartine “Rriggiu”, pubblicato nel 1948 come una difesa appassionata e sincera della sua Reggio, in risposta ad un giornalista che aveva dileggiato la città (“Pi rrisposta ‘o rradiucronista i ‘ll’articulu supra ‘a Calabria trasmessu ‘a rradiu ‘nda ffebbraiu ‘ru ’48), e nella silloge “U cantu ra natura” del 1949. A proposito di questa raccolta è significativo ricordare una lettera inviata al nostro dall’amico attore, drammaturgo, regista e sceneggiatore reggino Leopoldo Trieste “…io ricordavo le tue prime poesie sincere e piene di sentimento che leggevamo per le vie di Santa Caterina tornando da scuola…ci hai messo in corpo la nostalgia della nostra Reggio, ci hai fatto sentire i suoi colori, respirare i suoi profumi…” . In schietto vernacolo reggino scrisse anche un’ode alla Madonna della Consolazione “A Maronna ‘ra Cunsulazioni” e una lode alle tradizioni dolciarie della città in “U pitrali e u turruni”. Egli stesso ricordava spesso “non sono uno scrittore impegnato. Scrivo se, quando ne ho voglia e di ciò che mi piace, sia che si tratti di poesia in vernacolo e in lingua, di note d’arte e di cronaca, di saggi, di racconti brevi e di profili, di pezzi di carattere sociale e amministrativo”. Compose anche bozzetti, poi confluiti nella raccolta “Io, tu…gli altri/Storie brevi e profili” stampato nel 1992, che raccoglie nella prima parte, piccole testimonianze di vita vissuta e nella seconda “Gli altri”, una serie di ricordi di uomini “famosi”, dal poeta e scrittore Enzo Bruzzi al già ricordato Leopoldo Trieste, da Mons. Giuseppe Agostino a Oreste Dito, dal medico e chirurgo Renato Caminiti a Filippo Aliquò Taverriti e al poeta Felice Soffrè. Un aspetto interessante dell’attività di Caminiti è costituito, come si diceva sopra, dalla sua partecipazione alla vita culturale della città e ai “salotti letterari” della Reggio del dopoguerra; riunioni periodiche che si tenevano di volta in volta nelle case di ciascuno dei partecipanti o in altre sedi. Degno di essere ricordato l’impegno di Caminiti nella battaglia, cominciata nel 1958, dei giornalisti calabresi per l’autonomia e la fondazione dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria conclusasi nel 1974 con il primo congresso Regionale nel corso del quale fu approvato lo Statuto dei Giornalisti della Calabria.
Con un omaggio al filosofo Aldo Capitini (1899-1968), al quale l’Associazione Culturale Anassilaos ha intitolato la propria Sezione di Studi Filosofici, sostenitore del pacifismo e della non violenza, così da essere quasi considerato il Gandhi italiano, che si terrà martedì 27 dicembre alle ore 17,15 presso lo Spazio Open, il Sodalizio reggino conclude il programma culturale del 2022 e lo fa nel miglior modo invitando ciascuno di noi ad impegnarsi a favore della pace e soprattutto contro la guerra. Sarà il Dott. Vincenzo Musolino, Ricercatore universitario in metodologie della filosofia e responsabile del Centro Anassilaos a delineare la figura del filosofo che sostenne per tutta la sua vita gli ideali umanitarî di ispirazione cristiana (talora anche in contrasto con la Chiesa); fu antifascista e resistente quale liberalsocialista; difensore della libertà religiosa, della democrazia diretta, della scuola pubblica sempre ispirandosi agli ideali del Mahatma Gandhi. Nel 1961 (era il 24 settembre) promosse la prima Marcia per la Pace e la fratellanza tra i Popoli da Perugia ad Assisi e in quella circostanza fece per la prima volta la sua apparizione nel nostro Paese la bandiera della pace, il drappo con i colori dell’arcobaleno che da allora in poi rappresentò il movimento pacifista anche nelle successive marce. Ovviamente il pacifismo di Capitini è il punto di arrivo di un pensiero e di una riflessione che caratterizzò l’intero arco della sua esistenza e sarà il relatore a ripercorrere le fasi salienti di un magistero e di un impegno civile che non volle mai trasformarsi in un concreto impegno politico né tantomeno partitico. Anche nella sua lotta al fascismo egli si adoperò, promuovendo riunioni educative, religiose e politiche a portare i giovani ad un antifascismo ideale e morale ma con quel distaccò dalla politica che forse gli impedì, anche negli anni del dopoguerra e della ritrovata democrazia di massa, di incidere nella realtà concreta del Paese anche se può essere considerato il precursore di quelle battaglie civili (laiche e radicali) che alla fine degli anni Sessanta saranno al centro del dibattito politico e contribuiranno a modificare profondamente la società italiana.
Nell’ ambito degli incontri “Natale in Biblioteca 2022” promossi dal Comune di Reggio Calabria e dalla Biblioteca “Pietro De Nava” martedì 20 dicembre alle ore 17,00 sarà inaugurata presso la Villetta De Nava la Mostra Libraria e filatelica sul tema “Il Natale nell’arte figurativa” a cura della stessa Biblioteca e dell’Associazione Culturale Anassilaos (Circolo Filatelico Anassilaos). Tra i testi, in esposizione, contenenti delle preziose incisioni, si segnalano una descrizione della Galilea di Georgius Horn e ancora di Francois Ligny una “Histoire de la vie de Jésus-Christ” con una incisione basata sul dipinto Madonna con il Bambino e i Santi Giovanni Battista, Francesco, Gerolamo e il donatore Sigismondo de’ Conti, noto come Madonna di Foligno, dipinto dell’artista rinascimentale italiano Raffaello Sanzio, risalente al 1512, incisore August Delvaux. Ancora uno splendido volume di D. Bernhard Rogge, “Das Evangelium in Wort und Bild” (Il Vangelo nella parola e nell’immagine). Una raccolta di sermoni di oratori protestanti contemporanei. Poi di Luigi Archinti il volume “L’arte attraverso ai secoli” con una incisione basata sul dipinto La Sacra Famiglia noto come Madonna del bassorilievo di Leonardo da Vinci, incisore il francese Francois Forster. Il volume di Max Rooses “Storia della pittura dal 1400 al 1800” con delle incisioni “Madonna nella foresta” di Filippo Lippi (Museo Kaiser Friedrich Berlino) e Maria in adorazione del Bambino Gesù sorretto dagli angeli sempre di Filippo Lippi (Galleria degli Uffizi Firenze). L’esposizione filatelica tiene conto delle emissioni celebrative del Santo Natale promosse dai singoli stati che hanno nel corso degli anni (l’Italia dal 1970; la Santa Sede dal 1958; San Marino dal 1968; lo SMOM dal 1968 per limitarci all’Area Italiana) fatto ricorso alle opere d’arte, presenti nel loro territorio, per rappresentare fatti ed eventi riconducibili alla nascita di Gesù, dall’Incarnazione (numerosissime e presenti in tutta l’arte le Annunciazioni alla Vergine) alla Natività del Redentore, all’Adorazione dei pastori e dei Magi fino alle più conosciute Madonna con Bambino. Una esposizione rappresentativa delle opere più significative dell’arte figurativa d’Occidente e arricchita da una piccola raccolta di bigliettini augurali d’antan.
“Il brigante e il generale/ La guerra di Carmine Crocco e Emilio Pallavicini di Priola”, edito da Laterza, è il nuovo affascinante saggio storico del Prof. Carmine Pinto, Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università degli studi Salerno e studioso del Risorgimento, che sarà presentato al pubblico reggino giovedì 15 dicembre alle ore 17,00 presso la Sala Giuffrè della Biblioteca “Pietro De Nava” nell’ambito degli incontri promossi dall’Associazione Culturale Anassilaos e dalla stessa Biblioteca De Nava, con il patrocinio del Comune e della Deputazione di Storia Patria per la Calabria. A introdurre lo studioso sarà il Dott. Fabio Arichetta, Socio della Deputazione Storia Patria della Calabria nonché Responsabile dell’appena istituito Centro Studi “Rosario Romeo” per la Storia Moderna e Contemporanea di Anassilaos che per l’occasione riceverà il suo battesimo. Il Prof. Pinto è uno storico che pur respingendo talune forme di revisionismo becero e ideologico nei confronti del Risorgimento e del conseguente processo unitario del Paese non ne nasconde la complessità e la problematicità. Nel volume, oggetto del suo intervento, egli affronta uno dei temi più spinosi che si trovò ad affrontare l’Italia unita e che interessò soprattutto il Mezzogiorno, quella vera e propria guerra civile che nel saggio vede contrapposti un brigante e un generale, Carmine Crocco e Emilio Pallavicini di Priola. Uno spavaldo erede del mondo feudale contro un baldanzoso aristocratico di spada, l’ultimo esercito dell’antico regime contro il primo esercito nazionale. Una storia che ancora oggi suscita emozioni e divide. Sulle rive dell’Ofanto, nel Mezzogiorno italiano, un secolo e mezzo fa si svolse una grande sfida. Da una parte c’era il brigante, Carmine Crocco. Pastore, militare, bandito di professione, divenne il capobanda più famoso nelle campagne meridionali dopo il 1860. Alla guida del brigantaggio filoborbonico, sperimentò forme di guerriglia che avranno fortuna nel XX secolo, anticipandone gli aspetti politici e una organizzazione criminale su larga scala. Dall’altra parte, il generale, Emilio Pallavicini di Priola, aristocratico sabaudo, militare esperto in operazioni speciali e al comando di reparti schierati nella campagna contro il brigantaggio. L’ufficiale era parte dell’antica aristocrazia di spada e interpretò la conclusione di un processo secolare, in cui i ruoli militari passavano definitivamente ai professionisti della guerra. Nel primo decennio dell’Italia unita furono questi due uomini, lontanissimi per origine e formazione, i protagonisti più conosciuti della guerra per il Mezzogiorno. Carmine Pinto racconta le loro ‘vite parallele’ e, attraverso queste, gli episodi, i luoghi, le battaglie e le leggende, la guerra tra il primo esercito nazionale e l’ultimo dell’antico regime, fino allo scontro finale e al sorprendente epilogo delle loro esistenze.
La figura di Marcel Proust, tra i protagonisti della letteratura del Novecento, nel centenario della morte (18 novembre 1922) sarà al centro della conversazione che la Prof.ssa Francesca Neri, Studiosa di Letteratura nonché Responsabile del Centro Anassilaos per gli studi linguistico-letterari, terrà, nell’ambito degli incontri promossi dall’Associazione Culturale Anassilaos, martedì 13 dicembre alle ore 17,15 presso lo Spazio Open. Al centro dell’intervento della relatrice la figura dello scrittore francese, nato a Parigi il 10 luglio 1871, alla luce anche delle più recenti acquisizioni della critica sia sul piano della biografia, sempre complessa e talora anche lacunosa su molti degli aspetti della vita dell’autore e insieme fondamentale per comprenderne l’opera, che su quello più propriamente testuale. La sua esistenza fin dai nove anni caratterizzata dall’asma che lo costrinse ad una vita appartata, le frequentazioni dei salotti letterari e della vita mondana di Parigi verso la quale nutrì profonda curiosità e che seppe ben descrivere nella Sua opera, l’amore morboso verso la madre e una omosessualità vissuta, anche per i tempi, in maniera nascosta sono elementi tutti per penetrare la complessità di quella Á la recherche du temps perdu che rimane un’opera immensa, tuttora da decifrare, come una di quelle cattedrali gotiche di cui è ricca la Francia e che occorre scoprire di volta in volta.(Fu lo stesso Proust, studioso d’arte a paragonare la sua Recherche a una cattedrale gotica). La prima parte, Du côté de chez Swann, finita nel 1911, venne rifiutata dagli editori e Proust la stampò a proprie spese, come spesso avviene nel mondo della editoria, nell’anno 1913 con scarso successo. Migliore sorte e grande successo, nel 1919, incontrò À l’ombre des jeunes filles en fleurs , segnalato dal premio Goncourt. Nel 1920-21 egli pubblicò Le côté de Guermantes e nel 1922 Sodome et Gomorrhe. Dopo la sua morte vennero pubblicati, postumi, La Prisonnière (1923), Albertine disparue (1925) e Le temps retrouvé (1927). L’opera è senza dubbio la descrizione della crisi della società francese all’indomani della sconfitta di Sedan, una società attraversata da profonde inquietudini politiche e sociali, dalla crisi del boulangismo, originata dalla perdita dell’Alsazia e della Lorena e dal desiderio di rivincita, all’affaire Dreyfus, ma è anche la descrizione interiorizzata del porsi dell’individuo dinanzi alla vita che scopre con gradualità il significato della realtà attraverso la memoria, tema affrontato in quegli stessi anni dal filosofo Bergson. Una memoria che riaffiora grazie ad eventi apparentemente banali e casuali, magari attraverso un semplice dolce, la “madelaine”, quel dolcetto tipico francese a forma di conchiglia o barchetta, che possiamo gustare anche in Italia, che spalanca a Proust il ricordo dell’infanzia. Opera di enorme complessità quella di Proust per un pubblico attento e paziente e che si presta a diversi e molteplici piani di lettura.
Alla figura di Agostino Lanzillo (1886-1952), nel 70° della morte, l’Associazione Culturale Anassilaos dedica in incontro che si terrà martedì 6 dicembre alle ore 17,15 presso lo Spazio Open. L’incontro si avvale del Patrocinio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e prevede la partecipazione del suo Presidente Prof. Giuseppe Caridi. Dopo l’intervento introduttivo del Dott. Fabio Arichetta, Socio della Deputazione Storia Patria della Calabria nonché Responsabile Centro Studi per la Storia Moderna e Contemporanea “Rosario Romeo” dell’Associazione Anassilaos, sarà il Prof. Antonino Romeo, Deputato Storia Patria per la Calabria, a trattare di Agostino Lanzillo che nacque a Reggio Calabria il 31 ottobre del 1886. Dopo gli studi superiori si iscrisse alla Facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Roma e nella capitale si avvicinò ben presto agli ambienti del sindacalismo rivoluzionario, particolarmente influenzato dalle teorie di G. Sorel, di cui fu amico, e dei teorici sindacalisti francesi. Dopo la Grande Guerra si avvicinò al Fascismo contribuendo alla formazione teorica di un sindacalismo fascista alternativo a quello confederale, che era attento soltanto ai bisogni della classe operaia, mentre egli rivolgeva la sua attenzione anche al ceto medio che riteneva “la classe più numerosa, più intelligente e più complessa della società”. Nel contempo si adoperò, ma vanamente, di fondare il regime su basi economiche e sociali. Si tratta, come scrive lo storico Giuseppe Parlato, di una “figura atipica nell’ambito del regime” anche se egli si impegnò a favore del Fascismo sul piano politico. Nel 1924 venne infatti eletto deputato nel collegio di Reggio Calabria. Nel corso degli anni, quando il Fascismo divenne “regime” si sforzò sempre di riequilibrare a favore del sindacato corporativo il rapporto di forza con lo Stato e con il Partito nazionale fascista ritenendo necessario conferire alle corporazioni la direzione della produzione economica e della distribuzione della ricchezza. Dal 1934 insegnò all’Istituto superiore di economia e commercio di Venezia (del quale fu anche rettore e pian piano si allontanò da Mussolini e dal Regime di cui non condivideva la svolta protezionista imposta all’economia italiana. Nel 1944 fu costretto addirittura a rifugiarsi in Svizzera per sfuggire la Repubblica di Salò. L’anno successivo, tornato in Italia, riprese i suoi studi economici e l’attività di docente universitario e di pubblicista.