I direttori degli istituti penitenziari italiani non ci stanno. Non ci stanno ad una campagna di comunicazione ed a prese di posizione pubbliche che, con toni semplificatori e accuse generalizzate, sparando nel mucchio, finiscono per individuare nei direttori stessi i responsabili di un sistema che, al contrario, è il risultato di decenni di disattenzione istituzionale, di amnesie, di sottofinanziamento e di scelte politiche improvvide stratificatesi nel tempo.
Respingono con fermezza l’idea, espressa anche in alcune dichiarazioni pubbliche, secondo cui si possa ipotizzare perfino l’introduzione di nuove fattispecie di reato per colpire indiscriminatamente i direttori degli istituti penitenziari o gli attuali vertici dell’Amministrazione Penitenziaria, come se le condizioni strutturali delle carceri fossero il prodotto di un’inerzia individuale e non, invece, di un sistema complesso, storicamente “abbandonato” a se stesso e gravato da molteplici criticità note, a tutti, da decenni.
Attribuire ai direttori la responsabilità di “trattamenti disumani e degradanti” o di condizioni detentive non rispettose dell’umanità delle persone detenute, significa ignorare deliberatamente la realtà operativa quotidiana degli istituti penitenziari e scaricare su chi lavora sul campo il peso di problemi che hanno radici lontane ed hanno natura non contingente, ma strutturale.
Le condizioni di degrado e di decadenza delle carceri italiane non nascono oggi e non sono riconducibili all’azione di una singola amministrazione o di un singolo periodo politico: sono, piuttosto, il risultato di decenni nei quali il sistema penitenziario è stato progressivamente depotenziato e sottofinanziato, senza che siano stati realizzati adeguati investimenti su edilizia, cioè sulla costruzione di nuovi istituti, sul risanamento di quelli vetusti, sulla manutenzione ordinaria e straordinaria di tutte le carceri, sui loro impianti, sulla dotazione organica del personale di tutte le aeree operative e le qualifiche, sulle attività di osservazione e trattamento rieducativo, sulla sanità penitenziaria e così via.
Le stesse criticità oggi oggetto di attenzione pubblica e giudiziaria in istituti come quello di Firenze “Sollicciano” si inseriscono in questo quadro di abbandono e di decadenza. La situazione è nota da anni, segnalata ripetutamente e riconosciuta anche a livello istituzionale. È stato lo stesso Ministro della Giustizia a definire questa realtà come “sedimentata non negli anni, ma nei decenni”, confermando la natura strutturale e non contingente delle problematiche.
In questo contesto, appare profondamente ingiusto e fuorviante sostenere che i direttori possano essere chiamati a rispondere penalmente di condizioni che non determinano e che, nella maggior parte dei casi, non hanno gli strumenti né per governare adeguatamente né per modificare.
I direttori operano all’interno di vincoli normativi, ammnistrativi, organizzativi contabili e finanziari definiti a livello centrale, in condizioni di emergenza permanente, con carenze di organico in tutti i ruoli del personale, in strutture obsolete e talvolta vetuste, risalenti ad epoche medievali, ottocentesche, del primo novecento o ben che vada degli anni ’70, ’80 e 90’ del secolo scorso, gravate da un sovraffollamento che in molti istituti ha raggiunto livelli incompatibili con una gestione ordinaria e “umana” della detenzione.
È altrettanto inaccettabile scaricare sui direttori penitenziari responsabilità che riguardano, invece, l’intero impianto delle politiche penitenziarie, comprese le scelte legislative e amministrative, che negli anni hanno inciso profondamente sull’equilibrio del sistema: dalla gestione della sanità penitenziaria alla riforma che ha abolito gli ospedali psichiatrici giudiziari e le case di cura e custodia senza garantire un numero di posti sufficienti nelle istituite REMS, fino alla persistente insufficienza di adeguate strutture dove eseguire le misure alternative alla detenzione, le pene sostitutive e, più in generale, le misure di comunità, che si devono realizzare sul territorio in piena integrazione con la società civile.
I direttori delle carceri respingono, quindi, con decisione ogni tentativo di trasformare una crisi strutturale in un processo mediatico, ancor prima che giudiziario. Non è accettabile una lettura semplicistica della realtà penitenziaria odierna, che riduca la complessità del sistema ad una presunta omissione o colpa personale o, peggio ancora, ad una responsabilità “oggettiva” dei vertici degli istituti, ignorando il contesto reale in cui essi sono chiamati ad operare.
Al tempo stesso, i direttori respingono ogni forma di strumentalizzazione che, a partire da singoli episodi o da occasionali inchieste giudiziarie, tenda a costruire narrazioni colpevolizzanti, che non aiutano certo a risolvere i problemi, con cognizione di causa, ma rischiano di aggravare le tensioni interne in istituti penitenziari, già sottoposti a condizioni di forte pressione e stress ed al limite del collasso.
Le carceri italiane, nella loro attuale condizione, non sono il prodotto di negligenze individuali, ma sono, piuttosto, l’esito di una lunga storia di atti mancati, di scarsa allocazione di risorse e riforme adottate spesso più sull’onda dell’emergenza quotidiana che non alla luce di una completa ed esaustiva analisi del dato di realtà. In questa difficile situazione, i direttori e tutto il personale penitenziario continuano a garantire ogni giorno il funzionamento degli istituti, spesso oltre i limiti delle limitate risorse disponibili e con un carico di responsabilità che non può essere ignorato o distorto.
I direttori non ci stanno, dunque, a diventare il bersaglio di una narrazione che semplifica, distorce e individua capri espiatori, invece di affrontare seriamente le responsabilità politiche, amministrative e programmatiche che hanno determinato l’attuale stato del sistema penitenziario.
Non si risolvono i problemi delle carceri con le accuse e le minacce gratuite, senza poi incidere sulle cause reali dei problemi; ma, piuttosto, gli istituti di pena si gestiscono, con competenza, professionalità, sacrifico, dedizione e senso di responsabilità e del dovere con la consapevolezza della loro complessità e con la capacità di assumere decisioni coraggiose, strutturali e durature.