Il 21 ottobre 1984 ci lasciava uno dei migliori registi di sempre, François Truffaut, un visionario, un genio, famoso per aver fondato insieme a Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Éric Rohmer e Jacques Rivette la Nouvelle Vague, il movimento cinematografico più conosciuto e importante della storia del cinema.
Alla fine degli anni Cinquanta, la Francia viveva una profonda crisi politica, segnata dalla Guerra Fredda e dai contrasti della Guerra d’Algeria. Il cinema francese tradizionale dell’epoca aveva assunto una connotazione quasi documentaristica nel testimoniare questa crisi interna. I film erano diventati mezzi per rifondare una sorta di morale nazionale, i cui dialoghi e personaggi erano spesso frutto di idealizzazione.
Proprio questa tendenza idealistica e moralizzante rendeva il cinema di quegli anni distaccato dalla realtà quotidiana delle strade francesi. Fuori dalle finestre c’era una nuova generazione che stava cambiando, che parlava, amava, lavorava e faceva politica in modo diverso. Questa generazione chiedeva un cinema che rispecchiasse fedelmente il loro modo di vivere. E così, la gioventù, designata dai giornali come “Nouvelle Vague”, trovò la sua voce in un cinema altrettanto nuovo e rivoluzionario.
La Nouvelle Vague fu il primo movimento cinematografico a testimoniare in tempo reale l’immediatezza del divenire, la realtà in cui prendeva vita. I film che ne fanno parte venivano girati con mezzi di fortuna, nelle strade e negli appartamenti, ma proprio per la loro semplicità possedevano la sincerità di un diario intimo di una generazione disinvolta e inquieta. Una sincerità nata dal fatto che i registi, poco più che ventenni, erano essi stessi parte di quel nuovo modo di pensare, leggere e vivere il cinema.
Il film più importante di questo movimento, a mio avviso, è proprio “I 400 colpi”, il primo lungometraggio di Truffaut. Un film meraviglioso che racconta la storia di Antoine (Jean-Pierre Léaud), un ragazzo parigino di dodici anni, svogliato e irrequieto, che preoccupa seriamente i suoi genitori. Spinto da un’indole insofferente e ribelle, combina ogni sorta di guai. La sua famiglia, tuttavia, non esercita un’influenza positiva sul suo sviluppo. Antoine è nato da una relazione prematrimoniale della madre, che anche dopo il matrimonio non ha rinunciato a relazioni extraconiugali. Il patrigno è un uomo debole, presuntuoso e sciocco, sempre pronto a rinfacciare ciò che ha fatto per la moglie e per Antoine, trattandolo come un peso. Sentendosi a disagio in famiglia e incompreso a scuola, Antoine comincia a marinare le lezioni e a vagabondare per Parigi con l’amico Renè, spendendo senza risparmio i soldi che riesce a procurarsi. Sorpreso a rubare una macchina da scrivere nell’ufficio del patrigno, Antoine viene mandato in una casa di correzione, e i genitori sono lieti di liberarsi della responsabilità di lui. In istituto, Antoine vive esperienze umilianti finché un giorno decide di evadere. Non torna però a casa; prima di affrontare l’ignoto, vuole soddisfare un desiderio che ha a lungo coltivato: vedere il mare.
La storia, apparentemente semplice, è raccontata con una poesia unica, attraverso inquadrature meravigliose e un bianco e nero splendido. “I 400 colpi” cattura lo spettatore, che può facilmente identificarsi nelle dinamiche familiari o nella ribellione del protagonista. Ed è proprio questo l’intento della Nouvelle Vague: raccontare la realtà con finezza, amore e ricerca, restituendo allo spettatore una visione sincera e autentica del mondo in cui vive.
Con Truffaut, il cinema divenne specchio della vita quotidiana, rivelando l’arte nascosta nel vivere comune e ribadendo, attraverso la ribellione del giovane Antoine, il potere del cinema di farci vedere oltre l’orizzonte delle nostre esistenze.
Paolo Frascati
È uscito al cinema il nuovo film, o “favola”, come viene definita all’inizio della pellicola, di Francis Ford Coppola, Megalopolis. Un’opera complessa, meravigliosa sia dal punto di vista registico che concettuale.
È evidente come Coppola abbia voluto riversare tutto in quello che, molto probabilmente, sarà il suo ultimo film, a volte anche in maniera eccessiva.
Il film abbonda di discorsi complessi e critiche costanti alla società, ma trasmette anche la speranza nell’amore, un sentimento che la vita ha tolto al regista con la recente scomparsa della moglie Eleanor, morta ad aprile e a cui il film è dedicato.
In un’America alternativa, la città di New Rome è dominata da un’élite di famiglie patrizie che, pur professando rigidi codici morali, indulge in piaceri proibiti, mentre il popolo vive in miseria.
Protagonista della storia è Cesar Catilina, un architetto e vincitore del Nobel per l’invenzione di un materiale rivoluzionario chiamato Megaton. Sebbene possieda il potere segreto di fermare il tempo, la sua vita è segnata dal rimorso per la misteriosa scomparsa della moglie, un evento che lo ha spinto all’alcolismo.
Cesar sogna di costruire Megalopolis, una città ideale e utopica, mentre il sindaco Cicero propone un casinò per rilanciare l’economia. A questo punto, Cesar incontra Julia, la figlia di Cicero, e tra loro nasce una relazione, nonostante le iniziali divergenze.
Intanto, Wow, ex amante di Cesar, e Pulcher, suo rivale politico, complottano contro di lui. Cesar si trova quindi a dover scegliere in chi riporre la propria fiducia, chiedendosi cosa meriti davvero l’umanità.
Le interpretazioni sono magistrali, con un Adam Driver sempre eccessivo ma mai ridicolo, e un Giancarlo Esposito, noto al grande pubblico per il ruolo di Gustavo Fring in Breaking Bad, eccezionale nella parte del villain iniziale.
Perfette le interpretazioni di Nathalie Emmanuel nel ruolo di Julia Cicero e Aubrey Plaza nei panni di Wow Platinum, una donna con un unico obiettivo: il potere. Meravigliosa anche la performance di Shia LaBeouf nel ruolo di Clodio Pulcher, che si rivela il vero rivale di Cesar.
Si tratta di un film indipendente che Coppola ha dovuto finanziare da solo, dopo che l’intero sistema cinematografico aveva cercato di boicottarlo e impedirne l’uscita.
Il film si è rivelato splendido, nonostante si sappia già che sarà un flop per il grande pubblico.
Megalopolis ha permesso al regista di sfogarsi, di affrontare un dolore che non potrà mai scomparire, quello della morte della moglie, ma che va comunque accettato.
E direi che Coppola, con l’uscita di questo film, è riuscito ad affrontarlo nel miglior modo possibile, regalando al mondo uno dei film più belli degli ultimi vent’anni, con tutti i suoi difetti e le sue esagerazioni.
★★★★☆
Perché il Dogma 95 è uno dei movimenti cinematografici più importanti di sempre
Nella primavera del 1995 nacque, grazie ai registi danesi Thomas Vinterberg e Lars Von Trier, il Dogma 95, un manifesto ispirato inizialmente al saggio francese di François Truffaut “Une certaine tendance du cinéma français” pubblicato su Cahiers du cinéma.
Proprio in Francia, a Parigi, il manifesto danese venne presentato durante la conferenza Le cinéma vers son deuxième siècle. Il mondo del cinema si era riunito per celebrare il primo secolo della settima arte e contemplare il futuro incerto del cinema commerciale. Chiamato a parlare del futuro, Lars von Trier inondò il pubblico divertito con opuscoli rossi che annunciavano il “Dogma 95”. Il decalogo, al quale aderirono subito anche Søren Kragh-Jacobsen e Kristian Levring, è spesso definito anche con il significativo nome di “Voto di castità”, che evoca lo spirito del movimento, ed è stato stilato e firmato ufficialmente a Copenaghen, lunedì 13 marzo 1995.
L’obiettivo principale era quello di combattere le spese folli del nuovo cinema, ormai ricco di effetti speciali e investimenti miliardari. Le regole da seguire per raggiungere questo obiettivo furono espresse in un manifesto scritto:
1) Le riprese vanno girate sulle location. Non devono essere portate scenografie ed oggetti di scena (Se esistono delle necessità specifiche per la storia, va scelta una location adeguata alle esigenze).
2) Il suono non deve mai essere prodotto a parte dalle immagini e viceversa. (La musica non deve essere usata a meno che non sia presente quando il film viene girato).
3) La macchina da presa deve essere portata a mano. Ogni movimento o immobilità ottenibile con le riprese a mano è permesso. (Il film non deve svolgersi davanti alla macchina da presa; le riprese devono essere girate dove il film si svolge).
4) Il film deve essere a colori. Luci speciali non sono permesse. (Se c’è troppa poca luce per l’esposizione della scena, la scena va tagliata o si può fissare una sola luce alla macchina da presa stessa).
5) Lavori ottici e filtri non sono permessi.
6) Il film non deve contenere azione superficiale. (Omicidi, armi, etc. non devono accadere).
7) L’alienazione temporale e geografica non è permessa. (Questo per dire che il film ha luogo qui ed ora).
8) Non sono accettabili film di genere.
9) L’opera finale va trasferita su pellicola Academy 35mm, con il formato 4:3, non widescreen.
10) Il regista non deve essere accreditato.
Queste regole, che oggi potrebbero far storcere il naso a molti, rappresentarono allora un’ancora di salvezza per numerosi registi. Travolti da troppe possibilità, finivano per non concludere nulla, mentre con queste regole, paradossalmente restrittive, riuscivano a liberare la creatività. Lo stesso principio venne sperimentato in letteratura, con alcuni autori che si imponevano di scrivere opere utilizzando solo parole che iniziassero con la stessa lettera, per stimolare l’inventiva e superare l’asfissiante libertà creativa.
Il primo film Dogma fu Festen – Festa in famiglia di Vinterberg, uscito nel 1998. Un capolavoro acclamato dalla critica, vincitore del Premio della giuria al Festival di Cannes dello stesso anno. Anche Idioti di Lars von Trier fu presentato a Cannes lo stesso anno, ma ebbe meno successo, essendo un film leggermente più intellettuale e complesso da comprendere appieno.
Dopo l’uscita di questi due film, altri registi seguirono i principi del Dogma. Il franco-americano Jean-Marc Barr fu il primo non danese a dirigere un film secondo questi precetti. Il Dogma portò inoltre alla produzione di una grande quantità di cortometraggi, tra cui Valgaften di Anders Thomas Jensen, che vinse l’Oscar come miglior cortometraggio nel 1999.
Il movimento si sciolse ufficialmente nel 2005, e il 20 marzo di quell’anno, a Copenaghen, i registi firmarono il documento che sancì la fine del patto, dopo dieci anni in cui furono prodotti 35 film. Spesso questi vengono indicati semplicemente con un numero (Dogma 1, Dogma 2, ecc.) anziché con il titolo vero e proprio.
Dopo la fine del movimento, altri registi seguirono il decalogo, inserendo nel titolo dell’opera la numerazione crescente, come tributo a un movimento che, a differenza della Nouvelle Vague o del cinema futurista, rimase più in sordina ma ebbe un’importanza paragonabile.
Uno dei film di guerra più importanti di sempre, diretto nel 1987, torna in sala: una critica di Stanley Kubrick, con ogni probabilità uno dei migliori registi di sempre, al cameratismo, alla vita militare e all’oscenità della guerra. Nel campo di addestramento dei Marines a Parris Island, un plotone di giovani americani si prepara alla partenza per il Vietnam. Per trasformare i soldati in vere e proprie macchine da guerra, il Sergente maggiore Hartman, uomo severo e implacabile, li sottopone a estenuanti prove fisiche e mentali.
Hartman sembra non conoscere pietà, esaltato dalla lotta contro il comunismo e dalla violenza verbale e psicologica. Nel clima di crescente frustrazione creato dal Sergente e dalla prospettiva della morte sul fronte vietnamita, il brillante Joker (Matthew Modine) resiste alle angherie, mentre il sempliciotto Palla di Lardo diventa il bersaglio principale degli insulti e delle vessazioni di Hartman. Quando il ragazzo mette nei guai l’intero plotone, i compagni si ribellano e lo puniscono. L’episodio provoca in lui un profondo trauma, che tuttavia lo spinge a migliorare nell’addestramento fisico, guadagnandosi anche qualche lode da parte di Hartman. Nonostante questo, l’alienazione e l’avvilimento lo porteranno a compiere un gesto inaspettato prima della partenza per il fronte. Qualche mese dopo, Joker si trova in Vietnam come corrispondente di guerra. Stanco di dover alterare le informazioni per glorificare ed elogiare i soldati americani, Joker e il fotografo Rafterman (Kevin Major Howard) si recano al fronte durante l’Offensiva del Tet, nel gennaio 1968. Durante la missione, Joker assiste di persona alla disumanizzazione provocata dalla guerra e alla psicosi collettiva che affligge i giovani americani, terrorizzati dalla morte. Con un gesto che non ha nulla di glorioso, Joker diventa tristemente partecipe di questa follia. I ruoli sono interpretati in modo magistrale, con un Sergente Hartman spietato, interpretato da Ronald Lee Ermey, vero sergente dal 1968 al 1972. Inizialmente chiamato come assistente, Kubrick cambiò idea dopo aver visto un video di addestramento dello stesso Ermey e gli permise addirittura di scrivere i propri dialoghi, cosa non scontata data la famosa ossessione e mania del controllo del regista americano di origini britanniche, definendolo successivamente «un eccellente interprete», che necessitava solo di due o tre indicazioni per girare una scena. Ma il ruolo più memorabile è senza dubbio quello di Palla di Lardo, interpretato da Vincent D’Onofrio, che rappresenta perfettamente lo stress e la disperazione di un ragazzo che avrebbe preferito fare altro nella vita (come mangiare e divertirsi) piuttosto che diventare un soldato. Una scelta obbligata che lo porterà a impazzire, come molti soldati dopo la guerra.
La prima parte del film è perfetta, a cui segue una seconda parte forse un po’ più timida, che non osa quanto avrebbe potuto. Probabilmente questo è dovuto al fatto che l’opera in cui Kubrick critica il sistema americano senza pietà e senza freni è Arancia Meccanica, film di 16 anni prima.
Kubrick nel 1987 decide di dirigere un film più maturo, che non significa necessariamente migliore, come dimostra questo caso.
Full Metal Jacket rimane comunque un cult assoluto, che merita di essere visto in sala, anche solo per i primi 50 minuti.
La storia dell’Oktoberfest affonda le sue radici nel lontano 1810, esattamente oggi, 12 ottobre, giorno in cui l’allora principe ereditario bavarese Ludwig prese in sposa la principessa Therese von Sachsen-Hildburghausen di Sassonia. I festeggiamenti per le nozze si svolsero in quello che allora era solo un semplice prato (“Wiese”) nella periferia della città (pur essendo a 20 minuti a piedi da Marienplatz). I festeggiamenti durarono cinque giorni e furono estesi a tutti i cittadini di Monaco.
63 anni dopo nacque un genio, Robert Wiene, il cui cognome, sebbene molto simile al nome di quel prato, non ha alcuna relazione con esso, o forse sì. Come l’Oktoberfest, il cinema espressionista tedesco è diventato nel tempo un vero e proprio culto, amato da milioni di persone anche fuori dai confini tedeschi. Tra i suoi massimi esponenti troviamo, oltre a Fritz Lang, regista di Metropolis (1927) e M – Il Mostro di Düsseldorf (1931), e Murnau, autore di Nosferatu (1922), che il prossimo anno uscirà al cinema con la versione rivisitata del genio Robert Eggers, proprio Wiene, con il suo capolavoro assoluto, Il Gabinetto del Dr. Caligari (1920). Questo film rivoluzionario, il primo con un colpo di scena finale, è un caposaldo del genere fantasy e horror.
La storia si apre con un giovane, Francis, che racconta a un uomo anziano una sua vicenda passata. Narra di una cittadina tedesca, Holstenwall, sconvolta da una serie di omicidi perpetrati da un essere mostruoso, che agisce sotto l’influenza dell’illusionista Caligari, il quale lo controlla attraverso tecniche ipnotiche. Alla fine, si scopriranno le intenzioni malvagie del dottor Caligari, che, oltre a essere direttore di un ospedale psichiatrico, eseguiva esperimenti sui suoi pazienti nel tentativo di controllarli.
Oltre alla sua suggestiva atmosfera ed estetica, Il Gabinetto del Dottor Caligari è un’opera rivoluzionaria non solo dal punto di vista tecnico, ma anche perché, attraverso il genere, lascia trasparire il tormento di un momento storico di profondi mutamenti per la Germania, la cui instabilità popolare sfocerà nell’ascesa del partito nazista. Col senno di poi, la storia del sonnambulismo di Cesare e degli omicidi commissionati dal dottor Caligari può essere vista come una metafora di ciò che avvenne anni dopo con Hitler e il partito nazista.
In questo senso, il film non è solo un’opera cinematografica, ma anche un inquietante riflesso della storia sociale e politica tedesca.
Esattamente 39 anni fa, il 10 ottobre 1985, nella sua amata e odiata Hollywood, moriva per arresto cardiaco Orson Welles, un rivoluzionario del cinema e regista statunitense dal talento sconfinato. Una carriera caratterizzata da opere geniali e controcorrente per l’epoca, che destarono scalpore e non vennero immediatamente apprezzate, spesso subendo interferenze da parte delle case di produzione e distribuzione, compromettendo il prodotto finale del regista.
Molto probabilmente, l’unico lavoro autentico e libero da interferenze dettate dai “piani alti” fu Quarto Potere (1941), uscito in sala il 1° maggio, il giorno dei lavoratori. Sarà stata una casualità, ma trovo molto calzante che un’opera di questo genere sia stata regalata al pubblico proprio in un giorno di festa, lontano dagli impegni morali dettati dal capitalismo, che Welles tanto odiava.
Quarto Potere è considerato uno dei migliori film della storia del cinema. L’American Film Institute, la rivista cinematografica Sight & Sound e la BBC lo hanno giudicato il miglior film statunitense di sempre. Il film narra la vita del magnate della stampa Charles Foster Kane (interpretato dallo stesso Welles), incapace di amare se non “alle sue condizioni”, con la conseguenza di creare il vuoto attorno a sé e rimanere solo nella sua gigantesca residenza, Xanadu (nella versione italiana, Candalù), dove muore abbandonato da tutti. Welles, servendosi di una sequenza di flashback (sei, compreso il cinegiornale), mostra i frammenti della vita del magnate, quasi fossero i pezzi di un gigantesco puzzle (rompicapo che appare metaforicamente più volte nel film). Allo spettatore è lasciato il compito di ricomporre, in tutta la sua complessità, la personalità di Charles Foster Kane.
Ma si tratta di uno sforzo vano, poiché i frammenti della vita di Kane non permettono di comprenderne l’intima essenza, se non a chi fu testimone dell’unico fatto di fondamentale importanza che determinò il trauma del protagonista: l’allontanamento dai genitori, voluto dalla madre, che lo affidò alla tutela di un uomo d’affari incaricato di amministrare la sua smisurata eredità. Kane, giovanissimo erede di una colossale fortuna, venne così strappato al suo mondo d’infanzia. Da adulto concepirà l’amore come possesso, non come dono, e ciò lo condurrà inesorabilmente alla disperazione e all’isolamento.
Un giornalista tenta di scoprire il motivo per cui Kane, sul letto di morte, abbia nominato “Rosebud”, tenendo in mano una sfera di neve. Questo diventa un vero e proprio McGuffin, un espediente narrativo che alla fine passa in secondo piano. Il vero fulcro della storia è scoprire quanto complessa e straordinaria fosse stata la vita di Kane, fatta di battaglie morali contro i poteri forti, contro il fascismo, ma anche di contraddizioni e traumi, che lo portarono a vivere i suoi ultimi anni in modo completamente opposto alla sua etica morale.
Quella di Welles è una figura inafferrabile, tanto nel film quanto nella sua vita personale. Come Kane, anche lui ha lottato contro il sistema, ma le sue battaglie non sempre hanno avuto un lieto fine. Eppure, la sua influenza sul cinema è stata innegabile. Welles ha rivoluzionato il modo di raccontare storie attraverso il cinema, sperimentando con la narrazione e la tecnica in un modo che ha ridefinito i confini del medium. Anche se la sua carriera fu spesso ostacolata dai produttori e dal sistema hollywoodiano, il suo lascito è immortale.
Oggi, a distanza di 39 anni dalla sua morte, ci resta una domanda: cosa avrebbe potuto ancora creare Welles se avesse avuto piena libertà artistica? La sua eredità continua a ispirare, ma rimane il rimpianto di un genio mai del tutto compreso.
Il 9 ottobre di 60 anni fa nasceva Guillermo Del Toro, regista messicano rivoluzionario non solo nel genere dell’animazione. Per celebrare questo traguardo importante non si può non parlare del film più significativo della sua straordinaria filmografia: Il Labirinto del Fauno. Uscito nel 2006, il film ha conquistato critica e pubblico, vincendo tre premi Oscar per Miglior fotografia, Miglior scenografia e Miglior trucco, oltre a ottenere altre tre nomination, inclusa quella per Miglior film straniero. Questi riconoscimenti hanno sancito definitivamente il talento di Del Toro, rendendo Il Labirinto del Fauno una delle sue opere più iconiche.
I lavori di Del Toro sono caratterizzati da un forte legame con le fiabe e l’horror, e dalla volontà di infondere nelle sue opere una bellezza estetica e poetica. Egli è da sempre affascinato dai mostri, che considera simboli di grande potere. Nei suoi film ricorrono frequentemente immagini religiose (in genere legate al cattolicesimo), figure insettoidi e meccanismi di orologi. Elementi distintivi delle sue pellicole sono anche la celebrazione dell’imperfezione e la rappresentazione dell’oltretomba. Del Toro è noto per l’uso di effetti speciali pratici e una dominante illuminazione color ambra, nonché per le frequenti collaborazioni con gli attori Ron Perlman e Doug Jones.
Doug Jones è stato una vera fortuna per Del Toro, che ha trovato in lui un attore alto e longilineo capace di dare vita ai suoi mostri amati, senza l’uso della CGI, ma con effetti e costumi pratici che conferiscono molto più realismo rispetto a un effetto al computer. Ovviamente, Doug Jones fa parte anche di Il Labirinto del Fauno, contribuendo al successo di quello che è il film più importante del regista.
Ambientato nella Spagna del 1944, il film segue le vicende di un esercito franchista impegnato a schiacciare le ultime resistenze al regime di Franco. Carmen, una giovane vedova, ha sposato Vidal, un capitano dell’esercito, e lo raggiunge con la figlia dodicenne Ofelia. La bambina soffre a causa dell’arrogante patrigno e cerca di aiutare la madre, che sta affrontando una gravidanza difficile. Il rifugio di Ofelia è il mondo delle fiabe, che si manifesta con la comparsa di un fauno. Questo le rivela la sua vera identità: lei è la principessa di un regno sotterraneo e, per tornare a casa, dovrà superare tre pericolose prove.
Il fauno ha una funzione di guida: una divinità dei boschi dotata di corna caprine che accompagna Ofelia nel suo rito di iniziazione e le mostra la via per allontanarsi dall’assurdità del mondo materiale.
Non a caso, il labirinto si trova accanto al campo militare, due luoghi vicini ma ideologicamente lontanissimi.
Il Labirinto del Fauno rappresenta l’apice del cinema di Guillermo Del Toro, fondendo magistralmente storia politica e realismo magico. Il film esplora temi profondi come la brutalità del regime franchista e la fuga nella fantasia, creando un mondo in cui il dolore della realtà scompare e prevale la speranza di un posto migliore. Grazie alla sua visione unica e alla capacità di emozionare il pubblico con simboli universali, questo film ha elevato Del Toro a icona internazionale e ha segnato una svolta nella sua carriera, influenzando profondamente il cinema contemporaneo.
Conoscerete sicuramente Brian De Palma per film come Scarface o Carlito’s Way, dove il protagonista è un fantastico Al Pacino, attore feticcio del regista statunitense. Ma il 21 ottobre torna in sala, in versione restaurata grazie alla Cineteca di Bologna, Carrie – Lo Sguardo di Satana (1976), uno dei primi film di De Palma riconosciuti a livello mondiale.
Tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, esordio del maestro della letteratura horror, Carrie riesce a superare il libro, come succede in altri casi (vedi Shining), grazie a una performance straordinaria di Sissy Spacek, che valse la nomination all’Oscar come miglior attrice. Nel cast c’è anche un giovane John Travolta, in un ruolo marginale ma comunque importante.
Carrie White è un’adolescente sola e insicura, costantemente umiliata dai compagni di classe e oppressa da sua madre (Piper Laurie), una fanatica religiosa ossessionata dal peccato. Quando Carrie ha il suo primo ciclo mestruale nello spogliatoio della scuola, ne resta traumatizzata, e le compagne la deridono crudelmente, fino a organizzare un terribile scherzo in occasione del ballo di fine anno. La rigida repressione familiare, unita a un profondo senso di inadeguatezza, farà emergere i poteri paranormali di Carrie (la telecinesi, ovvero la capacità di spostare oggetti con la forza del pensiero), portandola a scatenare una vendetta apocalittica che non risparmierà nessuno.
Carrie è molto più di un semplice film horror: è un’acuta allegoria del disagio adolescenziale e dell’alienazione sociale. La telecinesi di Carrie diventa una metafora della rabbia repressa, una forza invisibile che, se non affrontata, esplode in violenza incontrollabile. La vicenda di Carrie riflette il dramma di chi è sempre escluso e oppresso, costretto in un angolo fino al punto di rottura. Il film parla di esclusione, crudeltà e del devastante potere della vendetta quando tutte le altre strade sono chiuse.
Non perdete l’occasione di rivivere questa pietra miliare del cinema, restaurata e in versione originale sul grande schermo, dal 21 ottobre. Un capolavoro da riscoprire, un viaggio nell’orrore che ci parla delle paure più profonde dell’animo umano.
“E’ tutto un equilibrio sopra la follia”, cantava Vasco Rossi nel brano “Sally” del 1996. È proprio l’equilibrio il tema centrale di The Substance, il nuovo body horror firmato da Coralie Fargeat, che ha sconvolto il pubblico di Cannes e che uscirà sul grande schermo il 30 ottobre, con anteprime dal 18.
Con una Demi Moore nella migliore interpretazione della sua carriera e una sempre meravigliosa e brillante Margaret Qualley, il film si addentra in una riflessione profonda e inquietante sul culto dell’eterna giovinezza.
La protagonista, Elisabeth (Moore), un’attrice di Hollywood ormai dimenticata, viene licenziata dalla trasmissione di aerobica che conduceva dopo aver superato i 50 anni. In preda alla disperazione, risponde all’annuncio di un misterioso siero sperimentale di ringiovanimento noto come “la Sostanza”. Il siero, però, agisce in modo del tutto inaspettato: dal corpo di Elisabeth nasce per partenogenesi una versione più giovane e attraente di lei, chiamata Sue (Qualley).
Le regole della Sostanza sono chiare: le due donne dovranno alternarsi ogni settimana, una andando in ibernazione mentre l’altra è libera di vivere nel mondo reale, alimentata fisicamente dall’altra. In cambio, Elisabeth potrà rivivere la propria giovinezza attraverso Sue, percependo tutto ciò che quest’ultima vivrà. All’inizio sembra che il patto funzioni, ma presto Sue diventa ribelle, rifiutandosi di rispettare i limiti imposti, prosciugando lentamente la linfa vitale di Elisabeth.
Fargeat costruisce un film che attinge a piene mani dai classici del genere: da Society (1989) e Re Animator (1985) di Brian Yuzna a Videodrome di David Cronenberg, fino ad arrivare a Shining con le iconiche geometrie del pavimento dell’Overlook Hotel.
Alcune inquadrature raffinate che ritraggono Sue ricordano la cura estetica di American Beauty, rendendo il film un’esperienza visiva potente e disturbante.
Oltre agli omaggi stilistici, The Substance è una critica feroce e incisiva sulla nostra ossessione per l’apparenza, la bellezza esteriore e l’eterna giovinezza. La parabola di Elisabeth, disposta a tutto pur di ritrovare la gloria perduta, è un riflesso amaro della società contemporanea, che ci spinge a inseguire ideali impossibili anche a costo della nostra stessa distruzione.
In questo senso, il film di Fargeat va oltre il semplice body horror: diventa un manifesto contro il culto della perfezione fisica e contro l’illusione della rinascita a ogni costo. Demi Moore offre una performance intensa e tragica, incarnando perfettamente la disperazione di chi tenta di sfuggire alla realtà dell’invecchiamento, mentre Margaret Qualley dona al personaggio di Sue un’energia pericolosa e magnetica, rendendo palpabile il conflitto tra le due.
The Substance è un film che sconvolge, sia per la sua crudezza visiva che per la sua profonda riflessione sulla condizione umana, lasciando lo spettatore a riflettere su cosa siamo disposti a sacrificare pur di non affrontare il tempo che passa.
Il ritorno al Pianeta Viola della pallacanestro non poteva essere celebrato in modo migliore. Nell’intervallo della gara Calabria-Sicilia maschile, che si è tenuta sabato 1° giugno alle ore 17 presso il Pianeta Viola, la Federazione Italiana Pallacanestro (FIP) Calabria ha premiato Pasquale Favano.
Pasquale Favano ha dedicato anni e anni al servizio della struttura e dei numerosi protagonisti che si sono succeduti. La sua presenza costante ha rappresentato un punto di riferimento per tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza del Pianeta Viola. Pasquale è custode di innumerevoli aneddoti, storie e momenti di vita vissuta che racchiudono una quantità infinita di emozioni. La sua figura è quella di una persona speciale, un amico per il quale non esistono parole o aggettivi sufficienti a descrivere l’impatto positivo che ha avuto in tutta l’ambiente cestistico.
Il suo impegno e la sua dedizione non sono passati inosservati, e finalmente hanno avuto il riconoscimento che meritano. La celebrazione di Pasquale durante l’intervallo della partita è stato un momento di grande commozione e riconoscenza, un omaggio a colui che ha contribuito in modo così significativo alla storia della Viola.